LA STROFA DEL PERDONO
1593 44. In quello stesso periodo, mentre giaceva malato, avendo già composte e fatte
cantare le Laudi, accadde che il vescovo di Assisi allora in carica, scomunicò il podestà della
città. Costui, infuriato, a titolo di rappresaglia, fece annunziare duramente questo bando: che
nessuno vendesse al vescovo o comprasse da lui alcunché o facesse dei contratti con lui. A tal
punto erano arrivati a odiarsi reciprocamente .
Francesco, malato com'era, fu preso da pietà per loro, soprattutto perché nessun
ecclesiastico o secolare si interessava di ristabilire tra i due la pace e la concordia. E disse ai
suoi compagni: « Grande vergogna è per noi, servi di Dio, che il vescovo e il podestà si odino
talmente l'un l'altro, e nessuno si prenda pena di rimetterli in pace e concordia ». Compose
allora questa strofa, da aggiungere alle Laudi:
Laudato si, mi Segnore,
per quilli ke perdonano per lo tuo amore
e sustengu enfirmitate et tribulacione.
Beati quilgli kel sosteranno in pace
ka da te, Altissimo, sirano coronati. Poi chiamò uno dei compagni e gli disse: « Vai, e di' al podestà da parte mia, che venga al vescovado lui insieme con i magnati della città e ad altri che potrà condurre con sé>>. Quel frate si avviò, e il Santo disse agli altri due compagni: « Andate, e cantate il Cantico di
frate Sole alla presenza del vescovo e del podestà e degli altri che sono là presenti. Ho fiducia
nel Signore che renderà umili i loro cuori, e faranno pace e torneranno all'amicizia e all'affetto
di prima ».
Quando tutti furono riuniti nello spiazzo interno del chiostro dell'episcopio, quei due
frati si alzarono e uno disse: « Francesco ha composto durante la sua infermità le Laudi del
Signore per le sue creature, a lode di Dio e a edificazione del prossimo. Vi prego che stiate a
udirle con devozione ». Così cominciarono a cantarle. Il podestà si levò subito in piedi, e a
mani giunte, come si fa durante la lettura del Vangelo, pieno di viva devozione, anzi tutto in
lacrime, stette ad ascoltare attentamente. Egli aveva infatti molta fede e venerazione per
Francesco.
Finito il Cantico, il podestà disse davanti a tutti i convenuti: « Vi dico in verità, che non
solo a messer vescovo, che devo considerare mio signore, ma sarei disposto a perdonare
anche a chi mi avesse assassinato il fratello o il figlio ». Indi si gettò ai piedi del vescovo,
dicendogli: « Per amore del Signore nostro Gesù Cristo e del suo servo Francesco, eccomi
pronto a soddisfarvi in tutto, come a voi piacerà ».
Il vescovo lo prese fra le braccia, si alzò e gli rispose: « Per la carica che ricopro dovrei
essere umile. Purtroppo ho un temperamento portato all'ira. Ti prego di perdonarmi ». E così
i due si abbracciarono e baciarono con molta cordialità e affetto.
I frati ne restarono molto colpiti, constatando la santità di Francesco, poiché si era
realizzato alla lettera quanto egli aveva predetto della pace e concordia di quelli. Tutti coloro
che erano stati presenti alla scena e avevano sentito quelle parole, ritennero la cosa un grande
miracolo, attribuendo ai meriti di Francesco che il Signore avesse così subitamente toccato il
cuore dei due avversari. I quali, senza più ricordare gli insulti reciproci, tornarono a sincera
concordia dopo uno scandalo così grave.
E noi, che siamo vissuti con Francesco, testimoniamo che ogni qual volta egli
predicesse: « Questa cosa è così, sarà così », immancabilmente si realizzava alla lettera. E ne
abbiamo visto con i nostri occhi tanti esempi, che sarebbe lungo scrivere e narrare.
UN CANTICO PER LE CLARISSE
1594 45. Sempre in quei giorni e nello stesso luogo, dopo che Francesco ebbe composto le
Laudi del Signore per le sue creature, dettò altresì alcune sante parole con melodia, a
maggior consolazione delle povere signore del monastero di San Damiano, soprattutto
perché le sapeva molto contristate per la sua infermità. E poiché, a causa della malattia, non
le poteva visitare e consolare personalmente, volle che i suoi compagni portassero e facessero
sentire alle recluse quel canto.
In esso, Francesco si proponeva di manifestare alle sorelle, allora e per sempre, il suo
ideale: che cioè fossero un solo cuore nella carità e convivenza fraterna, poiché quando i frati
erano ancora pochi, esse si erano convertite a Cristo, dietro l'esempio e i consigli di lui,
Francesco. La loro conversione e santa vita è gloria ed edificazione non solo dell'Ordine dei
frati, di cui sono pianticella, ma anche di tutta la Chiesa di Dio. Perciò, sapendo Francesco che le sorelle, fino dai primordi, avevano condotto e
conducevano una vita dura e povera, sia per volontà propria sia per necessità, il suo animo si
volgeva con sentimenti di pietà e amore verso di loro. Perciò in quel canto le pregava perché,
dal momento che il Signore le aveva riunite da molte parti nella santa carità, nella santa
povertà e nella santa obbedienza, continuassero a vivere e morire in queste virtù.
E raccomandava specialmente che, usando le elemosine che il Signore inviava loro,
provvedessero con saggia discrezione, con gioia e gratitudine alle necessità dei loro corpi, e
che le sorelle sane portassero pazienza nei travagli che duravano per curare le ammalate, e
queste fossero pazienti nelle infermità e privazioni che pativano.
SUA RIPUGNANZA A FARSI CURARE
1595 46. All'avvicinarsi della stagione favorevole per curare il male d'occhi, Francesco lasciò
quel luogo, benché la sua infermità fosse peggiorata. Teneva la testa avvolta in un grande
cappuccio confezionato dai frati, e siccome non poteva sopportare la luce del giorno a causa
degli acerbi dolori che gli provocava, portava sugli occhi una fascia di lana e di lino cucita col
cappuccio. I compagni, accomodatolo sopra una cavalcatura, lo condussero all'eremitaggio di
Fonte Colombo presso Rieti, per consultare un medico di questa città, esperto nel curare le
oftalmie.
Venne il medico all'eremitaggio e disse a Francesco che bisognava cauterizzarlo dalla
mascella al sopracciglio dell'occhio più malato. Ma il Santo non voleva s'incominciasse il
trattamento prima che arrivasse frate Elia.
Lo stette ad aspettare, ma quello non poteva venire, per i molti impegni che lo
trattenevano. Così Francesco restava incerto se cominciare o no. Finalmente, pressato dalla
necessità, soprattutto per l'ingiunzione del vescovo di Ostia e del ministro generale, si
indusse a obbedire. Egli provava un forte disagio a preoccuparsi di se stesso, per questo
desiderava che tale incombenza cadesse sul suo ministro.
« IL SIGNORE VI RICOMPENSERA' >>
1596 47. Una notte che non riusciva a dormire per i dolori, preso da compassione e pietà,
disse ai compagni: << Carissimi fratelli e figli miei, non abbiate fastidio e pena nell'assistermi
in questa malattia. Il Signore vi renderà in questo mondo e nell'altro il frutto delle fatiche che
avete durato per me, suo servo. Egli vi rimeriterà anche di quello che vi tocca tralasciare per
accudire a me. Anzi, per questo servizio che mi rendete, riceverete una ricompensa maggiore
di quella data a chi si impegna per il bene di tutto l'Ordine.
Ditemi:--Noi facciamo delle spese per te, ma al tuo posto sarà Dio il nostro debitore!--
».
Così parlava il padre santo, allo scopo di incoraggiare e stimolare la fiacchezza e
debolezza di spirito dei compagni, affinché, provati dalla stanchezza, non avessero a dire: « Ecco, non riusciamo più a pregare e nemmeno a sopportare questa fatica! ». E presi da
scoramento e noia, non perdessero il merito di quella fatica.
CAUTERIZZAZIONE INDOLORE
1597 48. Un giorno arrivò il medico, portando il ferro con cui eseguiva le cauterizzazioni
per il male d'occhi. Per arroventarlo fece accendere il fuoco e ve lo mise dentro.
Intanto Francesco, allo scopo di irrobustire il suo spirito contro la paura, parlò al
fuoco: « Fratello mio Fuoco nobile e utile fra le creature dell'Altissimo, sii cortese con me in
quest'ora. Io ti ho sempre amato, e ancor più ti amerò, per amore di quel Signore che ti ha
creato. E prego il nostro Creatore che temperi il tuo ardore, in modo che io possa sopportarlo
». Finita l'orazione, tracciò sul fuoco il segno della croce. Noi che eravamo con lui fuggimmo,
tutti, sopraffatti dalla emozione e dalla pietà; restò con lui soltanto il medico.
Dopo eseguito l'intervento, tornammo da lui, che ci disse: « Paurosi e uomini di poca
fede, perché siete scappati? In verità vi dico che non ho provato nessun dolore nemmeno il
calore del ferro infuocato. Anzi, se non sono cotto bene, mi si cuoccia meglio».
L'oculista restò trasecolato, e tenne la cosa per grande miracolo, poiché Francesco,
durante l'operazione, non si era neanche mosso. E commentò: « Fratelli, vi dico che non solo
costui, che è così debole e malato, ma temerei che una bruciatura simile non riuscirebbe a
sopportarla neppure un uomo vigoroso e sano, come già ho sperimentato in alcuni casi ».
La cauterizzazione in effetti era stata lunga, cominciando da presso l'orecchio fino al
sopracciglio, per arrestare il copioso umore che giorno e notte da molti anni scendeva agli
occhi. Perciò fu necessario, a parere di quel medico incidere tutte le vene, dall'orecchio al
sopracciglio. Altri sanitari erano invece dell'idea che tale intervento fosse controindicato; e fu
vero, poiché l'operazione non giovò a nulla. Un altro medico gli perforò entrambi gli orecchi,
ma ugualmente senza risultato.
STRAORDINARIO RISPETTO PER IL FUOCO
1598 49. Non deve stupire che il fuoco e le altre creature talvolta lo onorassero. Come
abbiamo visto noi, vissuti con lui, Francesco aveva un grande affettuoso amore e rispetto per
esse, e gli procuravano tanta gioia. Dimostrava a tutte le creature così spontanea pietà e
comprensione che quando taluno le trattava senza riguardi, egli ne soffriva. Parlava con esse
con così grande letizia, intima ed esteriore come ad esseri dotati di sentimento, intelligenza e
parola verso Dio, che molto spesso, in quei momenti, egli era rapito nella contemplazione di
Dio.
Una volta che stava seduto presso il fuoco, questo si attaccò ai suoi panni di lino lungo
la gamba, senza che Francesco se ne avvedesse. Cominciò a sentirne il calore, ma il
compagno, notando che i panni bruciavano, corse per spegnere il fuoco. Gli disse il Santo: «
Carissimo fratello, non far male a fratello Fuoco! >>, e non gli permetteva in alcun modo di spegnerlo. Allora quello si precipitò dal frate «guardiano" di Francesco e lo condusse da lui.
E così, contro la volontà del Santo, il fuoco fu estinto.
Non voleva mai spegnere la candela, la lampada o il fuoco, come si suol fare quando
occorre: tanta era la pietà e affettuosità che portava a questa creatura. Nemmeno voleva che
un frate gettasse via il fuoco o i tizzi fumiganti, come si fa d'abitudine; ma raccomandava che
si ponesse delicatamente per terra, in reverenza di Colui che lo ha creato.
LA CELLA IN FIAMME
1599 50. Mentre faceva la quaresima sul monte della Verna, un giorno, all'ora della
refezione, uno dei suoi compagni accese il fuoco nella cella in cui Francesco veniva per
mangiare. Acceso che fu andò nella celletta dove il Santo usava pregare e riposarsi per
leggergli il brano di Vangelo assegnato alla Messa di quel giorno. Infatti, Francesco, prima
del pasto, voleva sempre ascoltare il Vangelo del giorno, quando non aveva potuto
partecipare alla Messa.
Quando arrivò per prendere cibo nella cella dov'era stato acceso il fuoco, già le
fiamme erano salite al tetto e lo stavano bruciando. Il compagno cercava di spegnere
l'incendio, ma da solo non riusciva; Francesco non voleva aiutarlo, anzi prese una pelle con
cui si copriva di notte, e si addentrò nella selva.
Intanto i frati del luogo, sebbene dimoranti lontano da quella celletta costruita fuori
mano, accorgendosi che stava bruciando, accorsero ed estinsero l'incendio. Francesco tornò
più tardi per mangiare. Dopo il pasto disse al compagno: « Non voglio più stendere su di me
questa pelle, poiché, per colpa della mia avarizia, non ho concesso a fratello Fuoco di
divorarla ».
ALTRI SEGNI D' AMORE
PER LE CREATURE
1600 51. Quando si lavava le mani, sceglieva un posto dove l'acqua non venisse pestata con i
piedi.
E se gli toccava camminare sulle pietre, si moveva con delicatezza e riguardo, per
amore di Colui che è chiamato "Pietra". Allorché recitava il versetto del salmo: Sulla pietra mi
hai innalzato, lo trasformava per devozione e reverenza così: « Sotto i piedi della pietra mi hai
innalzato ».
Al frate che andava a tagliare la legna per il fuoco, raccomandava di non troncare
interamente l'albero, ma di lasciarne una parte. Diede quest'ordine anche a un fratello del
luogo dove egli soggiornava.
Diceva al frate incaricato dell'orto, di non coltivare erbaggi commestibili in tutto il
terreno, ma di lasciare uno spiazzo libero di produrre erbe verdeggianti, che alla stagione
propizia producessero i fratelli fiori. Consigliava alI'ortolano di adattare a giardino una parte
dell'orto, dove seminare e trapiantare ogni sorta di erbe odorose e di piante che producono
bei fiori, affinché nel tempo della fioritura invitino tutti quelli che le guardano a lodare Dio,
poiché ogni creatura sussurra e dice: « Dio mi ha fatta per te, o uomo ». Noi che siamo vissuti con lui, lo abbiamo visto sempre dilettarsi intimamente ed
esteriormente di quasi ogni creatura: le toccava, le guardava con gioia, così che il suo spirito
pareva muoversi in cielo, non sulla terra.
1601 Questo è evidente e vero, che cioè Francesco ricevette molte consolazioni dalle creature
di Dio. Infatti, poco prima della morte, egli compose le Laudi del Signore per le sue creature,
allo scopo d'incitare il cuore degli ascoltatori alla lode di Dio, e perché il Creatore sia esaltato
nelle sue creature.
GENEROSITA' Dl FRANCESCO
1602 52. In quello stesso torno di tempo, una donna poverella di Machilone venne a Rieti
per farsi curare gli occhi. E un giorno che il medico si recò da Francesco, ebbe a riferirgli: «
Fratello, è venuta da me una donna malata agli occhi; ma è talmente povera, che mi tocca
curarla per amor di Dio, e pagarle io le spese ».
Al sentire questo, Francesco fu preso da compassione per quella infelice e, chiamato a
sé uno dei compagni, precisamente il suo "guardiano", gli disse: « Frate guardiano, dobbiamo
restituire la roba d'altri ». Quello osservò: « E quale sarebbe, fratello? ». Replicò il Santo: «
Questo mantello che abbiamo preso in prestito da quella donna poverella e malata d'occhi:
dobbiamo renderglielo ». Concluse il guardiano: « Fratello, fai pure quello che ti par meglio
».
Allora Francesco, tutto felice, fa venire un uomo spirituale, con cui era in intimità, e gli
dice: « Prendi questo mantello e dodici pani, va' e dirai a quella donna povera e inferma, che
l'oculista ti indicherà: "Il povero, al quale tu hai prestato questo mantello, ti ringrazia di cuore
del prestito fatto. E adesso, riprendi quello che ti appartiene" ».
L'amico andò e disse alla donna le parole suggeritegli da Francesco. Quella però, non
riuscendo a raccapezzarsi, presa da sospetto e disagio, rispose: « Lasciami in pace. Non so
cosa stai dicendo ». Ma quello le mise in mano il mantello con i dodici pani. La donna,
constatando che diceva sul serio, prese il dono tra preoccupata e felice. E, temendo non gli
venisse tolto, si alzò nascostamente di notte e tornò tutta contenta a casa sua. Francesco aveva
incaricato il suo guardiano di pagare le spese della povera malata ogni giorno, finché fosse
rimasta a Rieti.
Noi che siamo vissuti con lui, possiamo testimoniare che Francesco, sano o infermo
che fosse, traboccava di amore e tenerezza non solo verso i suoi frati, ma verso tutti i poveri,
tanto in buona salute che ammalati. Si privava del necessario, che i fratelli gli procuravano
con sollecitudine e affetto, --non senza mostrarsi carezzevole con noi, affinché non ne
rimanessimo male,--per offrirlo con molta gioia agli altri, sottraendo al proprio corpo anche
ciò che gli era indispensabile.
Per ovviare a questo, il ministro generale e il suo guardiano gli avevano comandato di
non cedere la tonaca ad alcun frate senza il loro permesso. In effetti, sospinti da devozione
verso Francesco, i frati talvolta gliela chiedevano, e lui la regalava immediatamente. Talora
lui stesso, vedendo qualche frate malaticcio o malvestito, gli dava la propria tonaca, magari dividendola, e parte donando, parte tenendo per sé. Infatti non indossava e non voleva avere
a disposizione che una tonaca sola.
DONA LA TONACA A DUE FRATI FRANCESI
1603 53. Una volta che percorreva una regione predicando, accadde che due frati francesi
gli si fecero incontro, traendone una profonda consolazione. Al momento del commiato, gli
chiesero, spinti da devozione, la sua tonaca per amore di Dio. E Francesco, appena ebbe udito
invocare l'amore di Dio, si tolse il saio, e rimase nudo per qualche ora.
Era infatti suo costume, quando gli si diceva: « Per amore di Dio, dammi la tonaca o la
corda » o altro ch'egli portava, di donarlo immediatamente per riverenza a quel Signore che è
chiamato: "carità". Ma gli dispiaceva tanto, e ne faceva rimprovero ai frati allorché udiva
nominare l'amor di Dio per ogni sciocchezza. Diceva: « Così sublime è l'amor di Dio, che solo
raramente e in caso di gran necessità deve esser nominato, e sempre con molta venerazione ».
Quella volta, uno dei frati presenti, si spogliò della propria tonaca e la diede al Santo.
Molto spesso si trovava a sopportare disagio e imbarazzo, quando regalava la sua
tonaca per intero o in parte. Non era infatti facile trovare, da un momento all'altro, un'altra
tonaca o farsela confezionare, soprattutto perché voleva avere e indossare sempre una misera
tonaca, fatta di pezze cucite insieme, e talvolta rappezzata dentro e fuori. Solo raramente o
mai si adattava a ricevere e portare un saio di panno nuovo. Preferiva procurarsi da qualche
fratello una tonaca già logora per l'uso; e alle volte ricevere parte della tonaca da uno, parte
da un altro. All'interno del saio, a cagione delle sue molte infermità e perché soffriva tanto il
freddo, cuciva talora una pezza di panno nuovo.
Egli osservò questa pratica di povertà nelle vesti fino all'anno in cui migrò al Signore.
Pochi giorni prima della morte, com'era sofferente di idropisia e ridotto a pelle e ossa, oltre
che tormentato da altre infermità, i frati gli confezionarono più tonache, per potergliele
mutare notte e giorno secondo ne avesse bisogno.
ALTRI ESEMPI DI GENEROSITA'
1604 54. Un'altra volta un mendicante miseramente vestito giunse ad un eremo di frati, e
chiese loro per amor di Dio qualche pezza. Francesco disse a un fratello di cercare nella casa
qualche panno o stoffa da regalare a quel povero. Quello perlustrò la dimora e tornò dicendo
di non aver trovato nulla.
Affinché il mendico non dovesse ripartire a mani vuote, Francesco si recò in disparte,
cercando di non farsi notare nel timore che il guardiano glielo proibisse, prese un coltello, si
mise seduto e cominciò a tagliare una pezza che stava cucita all'interno della tonaca, con
l'intenzione di darla segretamente al povero. Ma il guardiano, che aveva intuito in un baleno
cosa stava per fare il Santo, venne da lui e gli vietò di staccare quel panno, soprattutto perché
il tempo era assai rigido e Francesco era malato e molto sensibile al freddo. Rispose il Santo: « Se vuoi che non gliela dia, è indispensabile che tu faccia regalare una pezza al fratello povero
». Così i frati, incitati da Francesco, donarono a colui un po' di stoffa tolta alle loro vesti.
Talora i frati gl'imprestavano un mantello, quando andava per il mondo a predicare, a
piedi o in groppa a un asino. Bisogna sapere che Francesco, dal momento che cominciò a non
star bene, non riusciva più a fare la strada a piedi, e perciò gli era necessario servirsi di un
asino. Non volle il cavallo, tranne in casi di stretta e grave necessità; e vi si arrese solo poco
innanzi la sua morte, allorché il suo stato di salute ormai precipitava.
Non voleva accettare il mantello, se non a condizione di poterlo regalare a qualche
povero che incontrava o che veniva da lui, e lo Spirito gli faceva capire che del mantello
aveva vero bisogno.
IL MANTELLO Dl EGIDIO
1605 55 Nei primordi dell'Ordine, quando Francesco abitava presso Rivotorto con i due soli
fratelli che aveva allora, un uomo, che sarebbe stato il terzo compagno, abbandonò il mondo
per abbracciare la nuova vita. Restò alcuni giorni in quel luogo, seguitando a indossare i suoi
vestiti consueti .
Si presentò un povero a chiedere l'elemosina a Francesco. Questi si rivolse a colui che
stava per diventare il terzo fratello: « Dona il tuo mantello al fratello povero! ». E lui
all'istante se lo tolse di dosso e glielo diede. Sentì allora che il Signore gli comunicava in cuore
d'improvviso come una nuova grazia, poiché aveva donato con gioia il mantello al povero.
DONA IL NUOVO TESTAMENTO
1606 56. Un'altra volta, mentre dimorava presso la chiesa della Porziuncola, una donna
anziana e poverella che aveva due figli nell'Ordine, venne a quel luogo a chiedere l'elemosina
a Francesco: la poveretta in quell'anno non aveva di che vivere. Il Santo si rivolse a Pietro di
Cattanio, allora ministro generale: « Possiamo avere qualcosa da dare alla nostra madre? ».
Francesco affermava che la madre di un frate era madre sua e di tutti gli altri frati.
Gli rispose Pietro: « In casa non abbiamo niente da poterle dare, oltre tutto vorrebbe
una elemosina considerevole da cui trarre il necessario per vivere. In chiesa abbiamo soltanto
un Nuovo Testamento, che ci serve per le letture a mattutino ».
Di fatto, a quel tempo i frati non avevano breviari, e neppure molti salteri.
Francesco riprese: « Da' a nostra madre il Nuovo Testamento, che lo venda per far
fronte alle sue necessità. Credo fermamente che piacerà più al Signore e alla beata Vergine
Madre sua se doniamo questo libro, anziché farci delle letture ». E così glielo regalò.
A proposito di Francesco può essere detto e scritto quel che viene detto e letto di
Giobbe: La bontà è uscita dalI'utero di mia madre, ed è cresciuta con me. Per noi, che siamo vissuti
con lui, sarebbe troppo lungo scrivere e narrare non solo quanto abbiamo appreso da altri
sulla sua carità e comprensione verso i bisognosi, ma anche quello che abbiamo visto con i
nostri occhi.
GUARIGIONE DEI BUOI DI SANT' ELIA
1607 57. Durante un suo soggiorno nell'eremitaggio di Fonte Colombo, scoppiò una
epidemia dei bovini, detta dal popolo "basabove", e da cui le bestie solitamente non
scampano. Il contagio si abbatté sui bovini del paese di Sant'Elia, situato nei paraggi di
quell'eremo, così che gli animali cominciarono ad ammalarsi e morire.
Una notte fu detto in visione a un uomo spirituale di quel villaggio: « Va' al romitorio
dove dimora il beato Francesco, fatti dare l'acqua dove si è lavato mani e piedi, e aspergila
sopra tutti i bovini, e saranno liberati all'istante ». Allo spuntar del giorno quell'uomo si levò
e venuto all'eremo disse la cosa ai compagni di Francesco. Costoro, raccolsero in un
recipiente l'acqua con cui si era lavato le mani all'ora del pranzo; e di nuovo, a sera, lo
pregarono di lasciarsi lavare i piedi, senza nulla rivelargli della loro intenzione. Il recipiente
con l'acqua fu consegnato all'uomo, che lo portò con sé e ne asperse, come si fa con l'acqua
benedetta, gli animali che giacevano moribondi e gli altri tutti. Immediatamente, per grazia
del Signore e per i meriti di Francesco, tutti furono liberati dalla malattia.
A quel tempo, Francesco aveva le cicatrici alle mani, ai piedi e al petto.
IL CANONICO GEDEONE
1608 58. Allorché Francesco, sofferente per il male d'occhi si trattenne per alcuni giorni nel
palazzo del vescovo di Rieti, un ecclesiastico di quella diocesi, di nome Gedeone (58), uomo
molto mondano, giaceva infermo per una grave e molto dolorosa affezione ai reni. Non
riusciva a muoversi e girarsi nel letto, se non aiutato, né poteva alzarsi e camminare, se non
sorretto da più persone. Quando lo portavano così, andava curvo, e quasi contratto per il
dolore dei reni, e non era in grado di stare dritto.
Un giorno, fattosi portare da Francesco, si accasciò ai suoi piedi e lo pregava con molte
lacrime che gli facesse il segno della croce. Gli disse Francesco: « Come posso tracciare questo
segno su te, che in passato sei vissuto sempre secondo le brame della carne, senza pensare ai
giudizi di Dio né temerli? ». Ma vedendolo così tormentato dalla grave malattia e da atroci
dolori, il Santo fu preso da compassione e gli disse: « Io ti segno nel nome del Signore. Però,
se a Lui piacerà guarirti, bada di non tornare al vomito. Ti dico in verità che, se tornerai al
vomito, ti capiteranno mali peggiori dei primi. Inoltre incorrerai in una durissima condanna
a causa dei tuoi peccati, ingratitudini e disprezzi della bontà del Signore ».
Fatto che ebbe Francesco il segno della croce su colui, subito Gedeone si raddrizzò,
libero dal suo male. E nel drizzarsi, le sue ossa scricchiolarono come quando uno spacca della
legna secca con le mani.
Ma dopo pochi anni, Gedeone ritornò alla sua mala vita, senza badare alle parole
rivoltegli dal Signore per bocca del suo servo Francesco. Così gli accadde che un giorno,
mentre era a cena in casa di un altro canonico suo collega, e la notte dormiva colà, il tetto dell'abitazione crollò d'improvviso su tutti gli inquilini: gli altri scamparono da morte, solo
quello sventurato fu colpito in pieno e morì.
I CAVALIERI INVITATI A MENDICARE
1609 59. Dopo un soggiorno a Siena e a Celle di Cortona, venne Francesco presso la chiesa
della Porziuncola, e di qui si recò poi nel luogo di Bagnara, sopra la città di Nocera, per
dimorarvi. Colà era stata appena costruita una casa per i frati, e il Santo vi abitò molti giorni.
Il suo stato si aggravò sensibilmente, avendo cominciato ad enfiarsi per l'idropisia i suoi
piedi e anche le gambe.
Quando gli assisani ne furono informati, mandarono in gran fretta a Bagnara dei
cavalieri, con l'incarico di ricondurre il Santo ad Assisi, nel timore che venisse a morire
lontano ed altri s'impossessassero del suo santo corpo.
Mentre dunque riconducevano il malato, la comitiva fece una sosta per il desinare in
un borgo del contado di Assisi. Francesco con i compagni si fermò nella casa d'un uomo del
paese, che lo ricevette con molta gioia e affetto. Intanto, i cavalieri giravano per il borgo, per
comprarsi delle provviste, ma non trovarono nulla. Tornati da Francesco, gli dissero in tono
di scherzo: « Fratello, è necessario che ci diate delle vostre elemosine, poiché non ci riesce di
trovare nulla da acquistare ».
Francesco replicò loro con grande slancio spirituale: « Non avete trovato niente
proprio perché confidate nelle vostre mosche, cioè nel denaro, e non in Dio. Ma tornate per le
case dove siete passati per fare le compere, e senza vergognarvi domandate l'elemosina per
amor di Dio. Il Signore ispirerà quelle persone, e riceverete in abbondanza ».
Quelli andarono e chiesero l'elemosina, come aveva raccomandato il padre santo.
Uomini e donne diedero loro generosamente e con la gioia più viva ciò che avevano. I
cavalieri tornarono tutti contenti da Francesco, e gli raccontarono l'accaduto. Essi lo tennero
per gran miracolo, giacché si era realizzato alla lettera quanto aveva loro predetto il Santo.
ELOGIO DELLA MENDICITA'
1610 60. Secondo Francesco, chiedere l'elemosina per amor del Signore Dio era il gesto più
nobile, elevato e dignitoso, davanti a Dio e anche davanti al mondo. E infatti, tutto ciò che il
Padre celeste ha creato per l'utilità degli uomini, continua a donarcelo gratuitamente anche
dopo il peccato, ai degni come agli indegni, per l'amore ch'Egli porta al suo Figlio diletto.
Perciò Francesco ripeteva che il servo di Dio deve chiedere l'elemosina per amor del
Signore Dio più francamente e gioiosamente che non farebbe un uomo il quale, volendo
comprare qualcosa, sospinto da cortesia e generosità, andasse dicendo: « Per una cosa che
vale un denaro, io verserò cento marchi d'argento! ». Anzi, mille volte di più. Poiché il servo
di Dio offre al benefattore, in cambio dell'elemosina, I'amore di Dio, a confronto del quale
tutte le cose del mondo e anche quelle del cielo sono un nulla. Prima che i frati fossero diventati numerosi, e anche dopo che furono moltiplicati,
quando Francesco andava per il mondo a predicare, in molte città e paesi dove si recava non
c'erano allora luoghi dei frati; succedeva quindi che qualche personaggio nobile e ricco lo
pregava gentilmente di venire a mangiare e alloggiare In casa sua.
Il Santo sapeva bene che il suo ospite aveva approntato in quantità tutto ciò che era
necessario al suo corpo, per amore del Signore Dio. Tuttavia, sia per dare buon esempio ai
fratelli, sia per riguardo alla nobiltà e dignità della signora Povertà, all'ora del pasto andava a
mendicare. E talvolta spiegava a colui che lo aveva invitato: « Io non voglio abdicare alla mia
dignità regale, né alla eredità e vocazione e professione mia e dei frati minori: cioè di recarmi
all'elemosina. Non ne ricavassi che tre frustoli di pane, poco importa, poiché voglio esercitare
la mia professione ».
E così, contro il volere dell'ospite, egli usciva alla cerca. E l'invitante gli andava
appresso e riceveva le elemosine che Francesco raccoglieva, conservandole poi come reliquie,
per devozione verso il Santo.
Colui che sta scrivendo, ha visto molte volte fatti simili, e ne rende testimonianza.
ALLA MENSA DEL CARDINALE UGOLINO
1611 61. In altra occasione, Francesco, andato a far visita al vescovo di Ostia, più tardi eletto
papa, all'ora del desinare scivolò fuori casa a questuare, ma di nascosto per riguardo al
vescovo. Costui, quando Francesco rientrò, stava assiso a mensa e aveva incominciato a
mangiare, poiché aveva invitato anche alcuni cavalieri, suoi consanguinei.
Il Santo depose le elemosine sulla tavola del vescovo, poi venne a sederglisi vicino. Il
prelato infatti, quando Francesco era suo ospite, voleva che all'ora dei pasti prendesse posto
al suo fianco. Quella volta rimase un po' male, per il fatto che il Santo era andato alla cerca;
però, per riguardo ai commensali, non gli disse nulla.
Dopo che Francesco ebbe mangiato qualcosa, prese le elemosine e ne distribuì un poco
a ciascuno dei cavalieri e dei cappellani del vescovo, come dono da parte del Signore Dio.
Tutti lo ricevettero con molta devozione. Alcuni lo consumarono, altri lo riposero con un
senso di venerazione. Anzi, si levarono il cappello in segno di rispetto a Francesco, nel
momento che lo ricevevano. Ugolino fu ricolmo di gioia nel vedere tanta devozione,
soprattutto perché quei frustoli non erano pane di frumento.
Dopo il pranzo, il prelato si alzò ed entrò nella sua camera conducendo con sé
Francesco. E levando le braccia, strinse a sé il Santo in uno slancio di gioia esultante,
dicendogli però: « Ma perché, fratello mio semplicione, mi hai fatto 1'affronto di uscire per la
questua mentre stai in casa mia, che è casa dei tuoi frati? ». Rispose Francesco: « Al contrario,
signore: io vi ho reso un grande onore. Invero, quando un suddito esercita la sua professione
e compie l'obbedienza dovuta al suo signore, egli onora il signore e insieme il rappresentante
di lui ».
E aggiunse: « Io devo essere modello ed esempio dei vostri poveri, perché so che nella
vita e nell'Ordine dei frati, ci sono e saranno dei frati minori di nome e di fatto, i quali per
amor del Signore Dio e per ispirazione dello Spirito Santo, che insegna e insegnerà loro ogni
cosa, sapranno umiliarsi a ogni genere dl umiltà, sottomissione e servizio del propri fratelli. Ma ci sono e saranno di quelli che, trattenuti da vergogna e mala abitudine, hanno e avranno
a noia di umiliarsi e abbassarsi a mendicare e adattarsi ad altre umili occupazioni. E mio
dovere istruire con il comportamento i frati che sono e saranno nell'Ordine, affinché siano
senza scusa davanti a Dio, sia in questo che nell'altro mondo.
E quando sono ospite in casa vostra, che siete nostro signore e papa, o nella dimora di
magnati e ricchi, che per amor di Dio mi offrono con molta devozione e anzi mi impongono
la loro ospitalità, io non voglio arrossire di andare alla questua, ma ritenere ciò un titolo di
gran nobiltà, una dignità regale, un onore che mi fa il sommo Re. Egli, Signore di tutti, ha
voluto per slancio di amore diventare il servo di tutti; ricco e glorioso nella sua maestà
divina, è venuto nella nostra umanità povero e disprezzato.
Per questo voglio che i frati presenti e futuri sappiano come godo la più gran
consolazione di corpo e di spirito allorché siedo alla povera mensa dei frati e mi vedo dinanzi
le poverelle elemosine accattate di porta in porta per amor del Signore Dio, che quando sto
alla mensa vostra e di altri personaggi grandi, carica di ogni genere di cibi, sebbene mi
vengano o~erti con sincera devozione. Il pane dell'elemosina è pane santo, santificato dalla
lode e dall'amore di Dio. Quando infatti il fratello va alla questua deve dire: " Sia lodato e
benedetto il Signore Dio! ", e poi soggiungere: " Fateci l'elemosina per amore del Signore Dio"».
E il vescovo di Ostia, profondamente edificato da questa elevazione del padre santo,
gli rispose: « Figlio, fai quello che ti sembra meglio, poiché il Signore è con te e tu con Lui ».
FRATE MOSCA, IL PARASSITA
1612 62. Fu volontà di Francesco, da lui espressa più volte, che un frate non dovesse stare
lungo tempo senza andare alI'elemosina, per non lasciarsi penetrare dalla vergogna. Più un
frate era stato di condizione elevata nel secolo, più Francesco era edificato e felice nel vederlo
uscire per mendicare e accudire a compiti umili, per il buon esempio che dava. Così si soleva
fare nel tempo antico.
Appunto nei primordi dell'Ordine, quando i frati dimoravano presso Rivotorto, c'era
uno di loro che poco pregava, non lavorava e si rifiutava di andare alla cerca perché si
vergognava: mangiava forte, però.
Considerando una simile condotta, Francesco capì con la luce dello Spirito Santo che
quello era un uomo carnale. E gli rivolse queste parole: « Va' per la tua strada, fratello Mosca!
Tu vuoi mangiare il lavoro dei tuoi fratelli, ma sei ozioso nel servizio di Dio. Sei come il fuco,
che non lavora né raccoglie, e divora il frutto della fatica delle api operose ».
Quel tale se ne andò per la sua strada, senza nemmeno chiedere scusa, da quell'uomo
carnale che era.
BACIA LA SPALLA DEL QUESTUANTE 1613 63. In altro tempo, un frate molto spirituale se ne tornava un giorno da Assisi alla
Porziuncola con l'elemosina. Francesco soggiornava in quel luogo. Camminando quello sulla
strada vicina alla chiesa, cominciò a lodare Dio ad alta voce, pieno di gioia.
Udendolo, Francesco gli uscì incontro sulla strada, e con grande letizia gli baciò la
spalla da cui pendeva la bisaccia con le elemosine. E toltagliela di dosso, se la mise sulla
spalla e la portò nella dimora dei frati, dicendo loro: « Così voglio che il mio frate vada alla
questua e ne ritorni: felice ed esultante! ».
GIOIA DEL SANTO VICINO ALLA MORTE
1614 64. Nei giorni in cui Francesco, appena tornato dal luogo di Bagnara, giaceva
gravemente infermo nel palazzo vescovile di Assisi, gli abitanti della città, temendo che, se il
Santo venisse a morire di notte, i frati ne asportassero segretamente la salma per deporla in
un'altra città, deliberarono che delle scolte vigilassero attentamente ogni notte fuori e tutto
intorno le mura del palazzo.
Francesco, nelle gravi condizioni in cui si trovava, per dare conforto al suo spirito
onde non venisse meno a causa delle aspre e diverse infermità si faceva cantare spesso
durante il giorno dai compagni le Laudi del Signore, che lui stesso aveva composto, parecchio
tempo prima, durante la sua malattia. Le faceva cantare anche di notte, per dare un po' di
sollievo alle scolte che vigilavano su di lui fuori del palazzo.
Frate Elia, vedendo che Francesco, in mezzo a così atroci sofferenze, attingeva dal
canto coraggio e gaudio nel Signore, un giorno osservò: « Carissimo fratello, io sono assai
edificato e consolato per la gioia che provi e manifesti ai tuoi compagni in questa dura
sofferenza e malattia. Gli abitanti di questa città ti venerano come santo in vita e in morte,
certamente. Però, siccome sono convinti che a causa di questa grande e incurabile infermità
tra poco hai da morire, sentendo risuonare queste Laudi potrebbero pensare o dire fra sé:--
Com'è possibile che uno, vicino a morire, esprima così viva letizia? Farebbe meglio a pensare
alla morte!--».
Francesco gli rispose: « Ricordi la visione che avesti presso Foligno? Mi dicevi allora
che uno ti aveva rivelato che mi restavano da vivere soltanto due anni. Ebbene, anche prima
che tu avessi quella visione, per grazia dello Spirito Santo che suggerisce al cuore dei suoi
fedeli ogni cosa buona e la pone sulla loro bocca, di frequente io pensavo alla mia fine, giorno
e notte. Ma dall'ora che ti fu comunicata quella rivelazione, ogni giorno mi sono preoccupato
di prepararmi alla morte ».
Poi in un impeto di fervore continuò: « Fratello, lascia che io goda nel Signore e nelle
sue Laudi in mezzo ai miei dolori, poiché, con la grazia dello Spirito Santo, sono Cosi
strettamente unito al mio Signore che, per sua misericordia posso ben esultare nell'Altissimo!».
CORAGGIO Dl FRONTE ALLA REALTA' 1615 65. Sempre in quei giorni, un medico di Arezzo, Buongiovanni, conoscente e amico di
Francesco, venne a fargli visita nel palazzo. Il Santo lo interrogò sulla propria malattia: « Che
te ne pare, fratello Giovanni, di questa mia idropisia? ».
Invero, Francesco non voleva chiamare col loro nome quanti avessero nome " Buono",
per riverenza al Signore che ha detto: Nessuno è buono, fuorché Dio solo. Allo stesso modo, non
voleva dare a nessuno il titolo di " padre " o di " maestro", né scriverlo nelle lettere, per
rispetto al Signore che disse: Non chiamate nessuno " padre " sulla terra, né fatevi chiamare "
maestri ", ecc.
Il medico rispose: « Fratello, con l'aiuto di Dio starai meglio ». Non aveva il coraggio
di dirgli che tra poco sarebbe morto. Ma Francesco insistette: « Dimmi la verità, che cosa
prevedi? Non avere paura, poiché, con la grazia di Dio, non sono un codardo che teme la
morte. Per misericordia e bontà del Signore, sono così intimamente unito a Lui, che sono
ugualmente felice sia della morte che della vita ».
Allora il medico gli disse schiettamente: « Padre, secondo la nostra scienza, la tua
infermità è incurabile, e tu morrai tra la fine di settembre e i primi di ottobre ».
Francesco, che giaceva a letto ammalato, preso da ardente devozione e reverenza
verso il Signore, stese le braccia con le mani aperte ed esclamò con viva gioia intima ed
esteriore: « Ben venga la mia sorella Morte! ».
QUALE FU L' INTENZIONE DI FRANCESCO
1616 66. Frate Rizzerio, originario della Marca d'Ancona, nobile di famiglia ma più nobile
per santità, amato con grande affetto da Francesco, si recò un giorno a visitare il Santo nel
palazzo vescovile di Assisi.
La conversazione ebbe per argomento la situazione delI'Ordine e l'osservanza della
Regola. A un certo punto, Rizzerio fece questa domanda: « Dimmi, Padre, quale ideale avesti
nei primordi, al momento che cominciasti ad avere dei fratelli, e a quale ideale ti ispiri oggi e
pensi di restar fedele fino al giorno della morte? Così potrò essere sicuro della tua prima e
ultima intenzione e volontà: noi frati chierici, che abbiamo tanti libri, li possiamo conservare,
riconoscendo che appartengono alla comunità? ».
Disse a lui Francesco: « Fratello, questa fu ed è la mia prima e ultima volontà e
intenzione, se i frati mi avessero ascoltato: che nessuno debba avere se non la tonaca
concessaci dalla Regola, con il cingolo e le brache ».
LA DENOMINAZIONE: FRATI MINORI
1617 67. A questo proposito egli ebbe a dire una volta: « L'Ordine e la vita dei frati minori si
assomiglia a un piccolo gregge, che il Figlio di Dio, in questa ultima ora, ha chiesto al suo
Padre celeste, dicendo:--Padre, vorrei che tu suscitassi e donassi a me in questa ultima ora un
nuovo umile popolo, diverso per la sua umiltà e povertà da tutti gli altri che lo hanno preceduto, e fosse felice di non possedere che me solo. E il Padre rispose al suo Figlio diletto:-
-Figlio ciò che hai chiesto, è fatto--».
Aggiungeva quindi Francesco che il Signore ha voluto che i frati si chiamassero "
Minori », perché appunto questo è il popolo chiesto dal Figlio di Dio al Padre suo, e di esso si
dice nel Vangelo: Non vogliate temere, o piccolo gregge, poiché è piaciuto al Padre vostro di concedere
a voi il Regno; e ancora: Quello che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli (minori), lo avete
fatto a me.
Sebbene qui il Signore parli di tutti quelli che sono poveri in spirito, tuttavia egli
intendeva riferirsi in modo particolare all'Ordine dei frati minori, che sarebbe fiorito nella sua
Chiesa.
1618 Fu rivelato a Francesco che il suo movimento doveva chiamarsi dei frati minori, e così
fece scrivere nella prima Regola, che portò a Innocenzo III, e il Papa gliela approvò e
concesse; e in seguito il Papa annunciò questa sua decisione a tutti nel Concilio.
Il Signore rivelò a Francesco anche il saluto che i frati dovevano dare, come ricorda nel
suo Testamento: « Il Signore mi rivelo che dicessi questo saluto: Il Signore ti dia pace ! » .
1619 Nei primordi dell'Ordine, mentre Francesco era in cammino con uno dei primi dodici
frati, questi salutava uomini e donne che incontrava lungo la strada o vedeva nei campi con
le parole: « Il Signore vi dia pace! ». La gente, che finallora non aveva mai udito un religioso
salutare con quella formula, si mostrava stupita. C'erano anzi di quelli che ribattevano
indispettiti: « Cosa vorrebbe dire questo nuovo genere di saluto? ». Il frate ci rimase male e
disse a Francesco: « Fratello, permettimi di usare un altro saluto». Ma il Santo osservò: <<
Lasciali dire, perché non intendono le cose di Dio. Tu non provare vergogna per le loro
reazioni, poiché io ti dico, fratello, che perfino i nobili e i principi di questo mondo avranno
reverenza per te e gli altri frati in grazia di questo saluto ».
Disse ancora: « Non è meraviglioso, che Dio abbia voluto avere un piccolo popolo, fra
tutti gli altri venuti prima, che sia felice di possedere Lui solo, altissimo e glorioso?».
RESISTENZA DI CERTI FRATELLI
1620 68. Se qualche fratello chiedesse perché mai Francesco, durante la sua vita non fece osservare rigorosamente la povertà come esposta a frate Rizzerio, noi, che siamo vissuti con lui, rispondiamo con le parole udite dalla sua bocca. Infatti, quanto ebbe ad esprimere a Rizzerio egli lo ripeteva anche agli altri fratelli, unitamente a parecchie prescrizioni, che fece scrivere altresì nella Regola. Erano direttive ch'egli otteneva dal Signore con insistente preghiera e meditazione per il bene dell'Ordine, affermando che si trattava di cose strettamente conformi alla volontà del Signore. Ma quello che egli esponeva ai fratelli, sembrava a costoro pesante e insopportabile, non prevedendo essi allora ciò che sarebbe accaduto nell'Ordine dopo la scomparsa del Santo. Siccome Francesco temeva moltissimo lo scandalo in sé e nei fratelli, non voleva polemizzare, e lasciava correre, sia pure contro voglia, scusandosene davanti al Signore. Ma affinché la parola che Dio gli aveva messo nella bocca per il bene dell'Ordine non ritornasse a Lui senza frutto, Francesco voleva farla fruttare almeno in se stesso, per ottenere la ricompensa divina. E così facendo, il suo spirito ritrovava serenità e consolazione.
I LIBRI DEL FRATE MINISTRO
1621 69. Quando fu rientrato dai paesi d'oltremare, un ministro prese a discutere con lui sul capitolo della povertà, volendo conoscere il suo pensiero e la sua volontà sull'argomento.Nella Regola di allora stava scritto un capitolo circa le proibizioni del santo Vangelo, ad esempio quella che dice: Non porterete nulla nel vostro cammino ecc.. Gli rispose Francesco: « Il mio pensiero è che i frati non dovrebbero avere che la tonaca e la corda e le brache, come prescrive la Regola, e le calzature per quelli che sono stretti da necessità ».Replicò il ministro: « Cosa farò io, che ho tanti libri, del valore di oltre cinquanta lire?" Disse questo perché li voleva conservare con tranquilla coscienza, anche perché fino a quel giorno aveva patito rimorso nel tenere tanti libri con sé, sapendo che Francesco interpretava così strettamente il capitolo sulla povertà. E Francesco: « Fratello, non posso e non devo andare contro la mia coscienza e contro l'osservanza del santo Vangelo da noi professata ». A queste parole il ministro si avvilì. Il Santo,vedendolo abbattuto, gli disse con ardore di spirito, intendendo nella persona di lui rivolgersi a tutti i frati: « Voi, frati minori, ci tenete che la gente vi consideri e chiami osservatori del Vangelo, ma in realtà volete conservare la vostre ricchezze! ».
1622 I ministri, pur sapendo che secondo la Regola erano obbligati a osservare il Vangelo,fecero togliere da essa quel capitolo dove si legge: Non porterete nulla nel vostro cammino; illudendosi di non esser tenuti a osservare la perfezione evangelica. Francesco conoscendo questa soppressione in virtù dello Spirito Santo disse in presenza di alcuni frati: « Credono i frati ministri d'ingannare Dio e me. Ebbene, affinché tutti i frati sappiano e conoscano di essere obbligati a osservare la perfezione del santo Vangelo,
voglio che al principio e alla fine della Regola sia scritto che i frati sono tenuti a osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo. E affinché siano inescusabili dinanzi a Dio,voglio con l'aiuto del Signore osservare sempre e realizzare nel mio comportamento l'ideale che Dio mi ha rivelato per la salvezza dell'anima mia e per il bene dei fratelli ».E davvero egli osservò il Vangelo alla lettera, dal tempo che cominciò ad avere dei fratelli fino al giorno della sua morte.
IL SALTERIO DEL NOVIZIO
1623 70. Un'altra volta, c'era un frate novizio che sapeva leggere, non bene, il salterio. Siccome gli piaceva questa lettura, chiese al ministro generale il permesso di avere un salterio, e gli fu concesso. Però non lo voleva tenere senza uno speciale consenso di
Francesco, poiché aveva sentito che il Santo non voleva che i suoi frati fossero bramosi di scienza e di libri, ma insegnava loro che si appassionassero a conquistare e possedere la pura e santa semplicità, lo spirito di orazione e la signora Povertà: virtù che avevano formato i santi primi frati. Secondo lui, la via più sicura per la salvezza dell'anima era questa.
Non ch'egli disprezzasse e guardasse di mal occhio la scienza sacra; al contrario, egli venerava con sincero affetto gli uomini dotti che erano nell'Ordine e tutte le persone colte; tant'è vero che scrisse nel suo Testamento: « Tutti i teologi e coloro che ci comunicano le parole divine, noi dobbiamo onorarli e venerarli come quelli che ci comunicano spirito e vita
».Ma prevedendo il futuro, conosceva in virtù dello Spirito Santo e ripetutamente lo annunziò ai fratelli, che « molti, sotto pretesto di insegnare agli altri, avrebbero abbandonato la loro vocazione, cioè la pura e santa semplicità, la santa orazione e la nostra signora Povertà. E accadrà loro che proprio mentre supponevano di imbeversi di maggior devozione e
accendersi d'amore di Dio con la conoscenza della Scrittura, appunto da qui sarebbero restati
interiormente freddi e quasi vuoti, perché hanno perduta l'occasione di vivere il loro ideale. E
temo che non venga loro tolto anche quello che sembravano avere, avendo tradito la loro vocazione ».
E' LA PREGHIERA CHE SALVA
1624 71. Diceva ancora: « Ci sono molti frati che giorno e notte mettono tutta la loro passione e preoccupazione nell'acquistare la scienza, trascurando la loro santa vocazione e la devota orazione. E annunziando il Vangelo a qualche persona e al popolo, nel vedere o nel sentire che alcuni ne sono rimasti edificati o convertiti a penitenza, diventano tronfi e montano in superbia per risultati ottenuti da fatica altrui . Invero, coloro che essi si illudono d'avere edificato o convertito a penitenza con i loro discorsi, è il Signore che li edifica e converte grazie alle orazioni dei frati santi, anche se questi ultimi lo ignorano: è la volontà di Dio, questa, che non se ne accorgano, per non insuperbire. Questi frati sono i miei cavalieri della tavola rotonda, che si nascondono in luoghi appartati e disabitati, per impegnarsi con più fervore nella preghiera e nella meditazione, piangendo i peccati propri e altrui. La loro santità è nota a Dio, mentre talvolta rimane
sconosciuta agli altri frati e alla gente. E quando le loro anime saranno presentate al Signore dagli angeli, allora Dio mostrerà loro il frutto e il premio delle loro fatiche, cioè le molte anime salvatesi grazie alle loro preghiere. E dirà:--Figli, ecco, queste anime sono salve in virtù delle vostre orazioni. Poiché siete stati fedeli nel poco, vi darò potere su molto ».Così Francesco commentava quella parola della Scrittura: La sterile ha partorito molti figli, e quella che ne aveva molti si è avvizzita. « La sterile è il religioso fervente, che edifica sé e gli altri con le sue sante orazioni e virtù ». Ripeteva spesso queste parole ai frati, nelle sue istruzioni, soprattutto nel Capitolo che si teneva presso la chiesa di Santa Maria della Porziuncola alla presenza dei ministri e degli altri frati. Egli ammaestrava tutti i frati ministri e predicatori a bene usare i carismi ricevuti. Diceva che non dovevano a causa del superiorato o dell'impegno di predicazione tralasciare a nessun costo la santa devota orazione, I'andare per elemosina e il lavorare con le loro mani come gli altri frati al fine di dare il buon esempio e a profitto delle anime proprie e altrui. Aggiungeva: « I frati sudditi sono molto edificati al vedere i loro ministri e i predicatori darsi con gioia alla preghiera, mostrarsi modesti e umili ». Da fedele seguace di Cristo, finché fu in salute, Francesco realizzò sempre in se stesso
quanto insegnava ai suoi fratelli.
LA SCIENZA GONFIA,
LA CARITA' EDIFICA
1626 72. Un giorno che Francesco arrivò all'eremo dove dimorava quel novizio di cui parlammo sopra, questi gli disse: « Padre, sarebbe per me una gran consolazione avere un salterio. Ma sebbene il ministro generale me lo abbia concesso, io vorrei tenerlo con il tuo consenso ». Francesco gli diede questa risposta: « Carlo imperatore, Orlando e Oliviero, tutti i paladini e i prodi guerrieri che furono gagliardi nei combattimenti, incalzando gl'infedeli con
molto sudore e fatica fino alla morte, riportarono su di essi una gloriosa memorabile vittoria, e all'ultimo questi santi martiri caddero in battaglia per la fede di Cristo. Ma ci sono ora molti che, con la sola narrazione delle loro gesta, vogliono ricevere onore e gloria dagli uomini ». Nelle sue Ammonizioni egli spiegò il significato di queste parole, scrivendo: « I santi hanno compiuto le gesta, e noi, raccontando e predicandole, pretendiamo di riceverne onore
e gloria ». Come a dire: La scienza gonfia, la carità edifica.
L' INSIDIA DELLA SCIENZA
1627 73. Mentre Francesco stava seduto davanti al fuoco per riscaldarsi, quel novizio tornò alla carica con la questione del salterio. Francesco gli rispose: « Quando avrai ottenuto il salterio, bramerai e vorrai il breviario; avuto il breviario, ti pianterai in cattedra come un prelato e ordinerai al tuo fratello:--Ehi, portami qua il breviario!--». E dicendo queste parole, il Santo, acceso in spirito, raccolse della cenere e se la sparse sul capo, dicendo a se stesso: « Io, il breviario! io, il breviario! ». E intanto che ripeteva questa
esclamazione, veniva come frizionandosi la testa. Il novizio ne rimase allibito e pieno di vergogna.
Francesco gli confidò: « Fratello, anch'io fui tentato di avere libri. Per conoscere la volontà del Signore su questo punto, presi il libro in cui sono scritti i Vangeli del Signore e lo pregai che mi mostrasse il suo volere alla prima apertura del volume. Finito che ebbi di
pregare, al primo aprire del libro mi venne allo sguardo quel detto di Cristo: A voi è concesso
di conoscere il mistero del regno di Dio, ma agli altri viene proposto in parabole ». E soggiunse: « Molti sono quelli che volentieri si elevano alla scienza; ma beato sarà chi si fa sterile per amore del Signore Dio ».
TANTO UNO SA, QUANTO FA
1628 74 Passati dei mesi, Francesco soggiornava presso la chiesa della Porziuncola, e stava vicino alla cella che sorge dopo la casa, lungo la via, quando quel frate tornò a parlargli del salterio. Gli disse Francesco: « Va' e fai come ti dirà il tuo ministro ». A queste parole, quello cominciò a ritornare per dove era venuto. Ma il Santo, rimasto sulla strada, cominciò a riflettere su quanto aveva detto, e d'improvviso gridò dietro a colui: « Aspettami, fratello, aspettami! ». Andò fino a lui e gli disse: « Torna indietro con me, fratello, e mostrami il posto dove ti ho detto di fare, riguardo al salterio, quanto ti dirà il ministro ». Arrivati a quel posto, Francesco si inchinò davanti al frate e mettendosi in ginocchio disse: « Mia colpa, fratello, mia colpa! Chiunque vuol essere un minore non deve avere che la tonaca, la corda e le brache, come dice la Regola, e in più le calzature, per chi sia stretto da
evidente necessità o malattia ».A tutti i frati che venivano a consultarlo sull'argomento, dava la stessa risposta. E diceva: « Tanto un uomo sa quanto fa; e tanto un religioso è buon predicatore, quanto lui
stesso agisce ». Come dire: L'albero buono si conosce al frutto che produce.
ABUSI E SVIAMENTI
1629 75. Nel tempo in cui Francesco dimorava nel palazzo del vescovo di Assisi, un giorno uno dei suoi compagni gli disse: « Padre, perdonami. Quello che sto per dirti è già stato notato da molti ». E continuò: « Tu sai come una volta in tutto il nostro Ordine, per grazia di Dio, fioriva la purezza della perfezione. Tutti i frati osservavano con fervore e impegno la santa povertà in ogni cosa: negli edifici piccoli e miseri, negli utensili pochi e rozzi, nei libri scarsi e poveri, nei vestiti da pezzenti. In questo, come in tutto il loro comportamento esteriore, erano concordi nello stesso volere, solleciti nell'osservare tutto ciò che riguarda la
nostra professione e vocazione e buon esempio; unanimi erano nell'amare Dio e il prossimo.Ma da poco tempo in qua, questa purezza e perfezione ha cominciato ad alterarsi, checché i frati dicano per scusarsi, sostenendo che non si può più osservare questo ideale per,la moltitudine dei frati. Molti inoltre credono che il popolo sia meglio edificato da questo
nuovo modo di vivere che da quello primitivo, e hanno la sensazione che sia più conveniente vivere e comportarsi così. Hanno quindi scarsa stima della semplicità e povertà, che sono state ispirazione e base del nostro movimento. Considerando queste deviazioni, siamo persuasi che dispiacciano anche a te; ma restiamo fortemente stupiti nel vedere che tu le sopporti e non le correggi, se ti dispiacciono ».
PERCHÉ FRANCESCO NON INTERVIENE 1630 76. Gli rispose Francesco: « Il Signore ti perdoni, fratello, questo tuo volermi essere oppositore e avversario, e di coinvolgermi in questioni che non mi riguardano più».Proseguì: « Fin tanto che ebbi la responsabilità dei frati e i frati rimasero fedeli alla loro vocazione e professione, per quanto io abbia sempre avuto scarsa salute sin dalla mia conversione a Cristo, riuscivo senza fatica a soddisfarli con l'esempio e le esortazioni. Ma quando mi accorsi che il Signore moltiplicava ogni giorno il numero dei frati, e che
essi per tiepidezza e languore di spirito cominciavano a deviare dalla strada dritta e sicura che finallora avevano seguito, e a incamminarsi per la via comoda, come hai detto tu, non badando al loro ideale, all'impegno preso, al buon esempio; quando dunque mi resi conto che non lasciavano il cammino sbagliato malgrado le mie esortazioni ed esempi, rimisi l'Ordine nelle mani del Signore e dei frati ministri.
Rinunziai al mio incarico e diedi le dimissioni, adducendo davanti al Capitolo generale il motivo della mia malattia che mi impediva di seguire la fraternità in maniera adeguata. Tuttavia anche ora, se i frati avessero camminato e camminassero secondo la mia volontà, non vorrei, per loro conforto, che avessero altro ministro che me, sino alla mia morte. Infatti, quando il suddito è fedele e fervoroso nel conoscere ed eseguire la volontà del suo prelato, questi è in grado di soddisfare all'incarico con poca fatica. Di più, proverei molta gioia nel vedere i fratelli così ferventi, e sarei tanto consolato nel mirare il mio e loro frutto spirituale che, sia pur giacendo a letto infermo, non mi sarebbe arduo guidarli ».
E soggiunse: « Il mio incarico di governo dei frati è di natura spirituale, perché devo avere dominio sui vizi e correggerli. Ma se non riesco a farlo con le esortazioni e l'esempio, non posso certo trasformarmi in carnefice per battere e scudisciare i colpevoli, come fanno i governanti di questo mondo. Quelli che sgarrano ho fiducia nel Signore che saranno puniti dai nemici invisibili, che sono i suoi " castaldi " incaricati di castigare in questo secolo e nel futuro i trasgressori dei comandi di Dio. Essi saranno puniti dagli uomini di questo mondo, a loro vituperio e vergogna, così che tornino a vivere l'ideale che hanno abbracciato.
Comunque, fino al giorno della mia morte, con l'esempio, non smetterò d'insegnare ai fratelli che camminino per la via indicatami dal Signore e che ho mostrato loro, I'ideale a cui li ho formati, in modo che siano inescusabili dinanzi al Signore, e che non mi tocchi rendere conto al Signore di loro e di me ».
OPPOSIZIONE DI CERTUNI AL SANTO
1631 77. Francesco fece scrivere nel suo Testamento che tutte le abitazioni dei fratelli devono essere fatte di fango e di legno, in segno di povertà e umiltà e che le chiese che si fabbricano per loro siano piccole. Volle anzi che, su questo particolare delle case costruite in
legno e fango, come su altri aspetti, la riforma venisse dal luogo della Porziuncola, che è il primo convento in cui i frati si riunirono e dove il Signore cominciò a moltiplicarli. Voleva che questo luogo fosse per sempre un esempio memorabile, per i fratelli che sono e che entreranno nell'Ordine. Certuni però protestarono, dicendogli che secondo loro non era conveniente costruire con fango e legno, perché in certe contrade e regioni il legname costa più che le pietre. Francesco non voleva contendere con costoro, anche perché gravemente malato e ormai vicino alla morte, in effetti sopravvisse ancora ben poco. Però nel suo Testamento scrisse: « Si guardino assolutamente i frati dal ricevere chiese, abitazioni e ogni altra cosa che sia costruita per loro, se non sono conformi alla santa povertà che abbiamo promesso nella Regola; e sempre vi dimorino come pellegrini e forestieri ».
Noi, che eravamo con lui quando compose la Regola e quasi tutti gli altri suoi scritti, testimoniamo che egli fece inserire nella Regola e negli altri scritti delle prescrizioni alle quali alcuni frati, soprattutto i superiori, fecero opposizione. Ma proprio le cose che provocarono contrasti tra i frati e Francesco mentr'egli era in vita, adesso che è morto sarebbero molto utili a tutta la fraternità. Siccome il Santo temeva moltissimo lo scandalo, accondiscendeva suo malgrado al volere dei fratelli.
Tuttavia lo udimmo sovente esclamare: « Guai a quei frati che si oppongono a quello che io so essere volontà di Dio per il maggior bene dell'Ordine, sebbene io mi pieghi di malincuore alle loro volontà ».
1632 Spesso ripeteva ai suoi compagni: « In questo sta il mio dolore, la mia afflizione: le indicazioni che con intensa preghiera e riflessione ottengo dalla misericordia di Dio per la utilità presente e futura della fraternità, e che Dio mi assicura essere conformi al suo volere,--ecco che alcuni frati le vanificano, fondandosi sull'arroganza e sui lumi della loro scienza, dicendo:--queste direttive vanno mantenute e osservate, e queste altre no--».
Ma il Santo, come già si è detto, tanto temeva lo scandalo, da permettere che molte cose si facessero, e si adattava alla volontà dei fratelli, per quanto ciò ripugnasse alle sue convinzioni.
CONTRO L' OZIOSO CIARLARE
1633 78. Quando Francesco soggiornava alla Porziuncola, soleva ogni giorno dedicarsi
dopo il pasto a qualche lavoro manuale assieme ai fratelli, per schivare il pericolo
dell'oziosità. Egli considerava come nefasto per sé e per i suoi fratelli sciupare, con discorsi
frivoli e inconcludenti, il bene spirituale ottenuto per grazia del Signore durante la preghiera.
Allo scopo di evitare il danno delle conversazioni futili e vuote, stabilì queste regole,
ordinando ai frati di attenervisi:
« Se un frate, mentre è in viaggio o mentre è al lavoro, si lascia andare a parole oziose
o inutili, sarà tenuto a recitare un Padre nostro con le Laudi di Dio al principio e alla fine di
questa orazione. Se il colpevole se ne accusa spontaneamente, dirà per l'anima propria il
Padre nostro e le Laudi; se invece ne viene rimproverato da un fratello, dirà il Padre nostro nel
modo indicato, per l'anima del fratello che lo ha corretto .
Se per caso reagisce al rimprovero rifiutandosi di dire il Padre nostro, reciterà due volte
tale orazione per l'anima del fratello da cui ebbe la riprensione, a patto che consti dalla
testimonianza di quello e magari di un altro fratello che egli ha proferito parole oziose o
inutili. Aggiunga, in principio e in fine della preghiera, le Laudi di Dio a voce alta e chiara, in
maniera che tutti i fratelli presenti possano udire e intendere, e stiano ad ascoltarlo in
silenzio. Se poi un fratello, andando contro la prescrizione, non fosse stato zitto, dirà a sua
volta il Padre nostro con le Laudi di Dio, per l'anima del fratello che stava pregando.
Infine, ogni frate che, entrando in una cella o nell'abitazione o in altro locale, incontra
uno o più frati, deve sempre lodare e benedire il Signore fervorosamente ». Queste « Laudi » il padre santo era solito recitarle sempre e aveva volontà ardente e
desiderio che anche gli altri fratelli amassero dirle con zelo e devozione.
FRANCESCO VUOLE RECARSI IN FRANCIA
1634 79. Al tempo in cui fu celebrato alla Porziuncola il Capitolo generale, nel quale si prese
la decisione di inviare per la prima volta i frati nei paesi d'oltremare, sciolta che fu
l'assemblea, Francesco restò in quel luogo con alcuni frati, e disse loro: « Carissimi fratelli, io
devo essere modello ed esempio per tutta la fraternità. Se dunque ho inviato i miei frati in
terre lontane ad affrontare fatiche e umiliazioni, fame e altre avversità di ogni sorta, sento
doveroso e conveniente di partire a mia volta verso qualche regione lontana, affinché i miei
frati sopportino con maggior pazienza la penuria e le tribolazioni, sapendo che anch'io
patisco le stesse asprezze ».
Disse perciò: « Andate e pregate il Signore che mi ispiri di scegliere il paese dove io
possa meglio lavorare a lode sua e a profitto e salvezza delle anime, e per l'esempio
dell'Ordine ».
Era infatti abitudine del Santo, non solo quando era in procinto di recarsi a predicare
in terre lontane, ma anche quando voleva percorrere una regione vicina, di pregare il Signore
e invitare i fratelli a pregare affinché Dio dirigesse il suo cuore a portarsi là, dove fosse
meglio secondo la volontà divina.
Andarono i frati a pregare, e quando ebbero finita l'orazione fecero ritorno a lui, che
disse: « Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e della gloriosa vergine Madre e di tutti i
santi, io scelgo la terra di Francia, dove vive un popolo cattolico, soprattutto perché, fra tutte
le nazioni della santa Chiesa, testimonia una venerazione grande per il corpo di Cristo, cosa
che mi sta vivamente a cuore. Per questo motivo vivrò più volentieri insieme a questo popolo».
VENERAZIONE PER L' EUCARISTIA
1635 80. Francesco sentiva tanta riverenza e devozione per il corpo di Cristo, che avrebbe
voluto scrivere nella Regola che i frati ne avessero ardente cura e sollecitudine nelle regioni in
cui dimoravano, ed esortassero con insistenza chierici e sacerdoti a collocare l'Eucaristia in
luogo conveniente e onorevole. Se gli ecclesiastici trascuravano questo dovere, voleva che se
lo accollassero i frati. Anzi, una volta ebbe l'intenzione di mandare, in tutte le regioni, alcuni
frati forniti di pissidi, affine di riporvi con onore il corpo di Cristo, dovunque lo avessero
trovato custodito in modo sconveniente.
Sempre ispirato dalla reverenza al santissimo corpo e sangue di Cristo, avrebbe voluto
inserire nella Regola l'esortazione: « Dovunque i frati trovassero degli scritti con le parole e i
nomi del Signore non dignitosamente conservati o giacenti dispersi in luoghi impropri, li
raccogliessero e mettessero da parte, per onorare il Signore nelle parole da Lui pronunciate. Molte cose infatti sono santificate per mezzo della parola di Dio, e in virtù delle parole di
Cristo viene attuato il sacramento dell'altare ».
Queste direttive non furono però accolte nella Regola, perché i ministri non
giudicarono opportuno di farne un obbligo ai frati. Tuttavia il Santo volle lasciare, nel
Testamento e in altri suoi scritti, I'espressione della sua volontà su questo punto.
Volle inoltre che altri frati percorressero tutte le regioni della cristianità, muniti di belli
e buoni ferri per far ostie.
1636 Com'ebbe scelto il gruppo che intendeva portare con sé Francesco disse a quei fratelli:
« Nel nome del Signore, andate due a due per le strade, con dignità, mantenendo il silenzio
dal mattino fino a dopo l'ora di terza, pregando nei vostri cuori il Signore. Nessun discorso
frivolo e vacuo tra di voi, giacché, sebbene siate in cammino, il vostro comportamento
dev'essere raccolto come foste in un eremo o in cella. Dovunque siamo o ci muoviamo,
portiamo con noi la nostra cella: fratello corpo; I'anima è l'eremita che vi abita dentro a
pregare Dio e meditare. E se l'anima non vive serena e solitaria nella sua cella, ben poco
giova al religioso una cella eretta da mano d'uomo ».
AREZZO DISINFESTATA DAI DEMONI
1637 81. Quando arrivarono vicini ad Arezzo, la città era interamente in preda allo
sconvolgimento e alla guerra civile, giorno e notte, a causa di due fazioni che si odiavano da
lungo tempo.
Vedendo questo, Francesco, e udendo lo scatenarsi di strepiti e urla giorno e notte,
mentre alloggiava in un ospedale del borgo fuori città, scorse un nembo di demoni che si
divertivano in quello sconquasso e incitavano tutti gli abitanti a distruggere la loro città con
gli incendi e altre furie .
Ne fu mosso a compassione. E si rivolse a frate Silvestro, che era sacerdote, uomo di
grande fede, di stupenda semplicità e purità, ch'egli venerava come santo. Gli disse: « Va'
dinanzi alla porta della città e a voce alta comanda ai demoni di sloggiare tutti ». Silvestro si
alzò e andò davanti alla porta della città, dove ordinò a gran voce: « Lodato e benedetto sia il
Signore Gesù Cristo! Da parte di Dio onnipotente e in virtù della santa obbedienza di
Francesco, io comando a tutti i demoni di uscire da questa città! ». E per la misericordia
divina e la preghiera di Francesco, gli abitanti di Arezzo tornarono poco dopo, senza bisogno
di alcuna predicazione, a pace e concordia.
Non avendo potuto predicare loro in quella occasione Francesco, un'altra volta, nel
primo di una serie di discorsi disse: « Parlo a voi come a gente che fu incatenata dai demoni.
Vi eravate legati e venduti da voi stessi, come animali al mercato, a causa della vostra
iniquità. Vi siete buttati in braccio ai demoni, esponendovi al potere di esseri che distrussero
e distruggono se stessi e voi, e vogliono mandare in rovina l'intera città. Ma voi siete
miserabili e incoscienti, mostrandovi ingrati ai benefici di Dio, il quale--sebbene alcuni di voi
non lo sappiano,--liberò una volta questa città per i meriti di un santo religioso, chiamato
Silvestro ».
UGOLINO BLOCCA IL VIAGGIO IN FRANCIA
1638 82. Giunto a Firenze, Francesco vi trovò Ugolino, vescovo di Ostia, che poi diventò
papa. Egli era stato inviato da Onorio III come legato nel ducato di Spoleto in Toscana,
Lombardia, Marca Trevigiana, fino a Venezia. Il rappresentante papale fu molto felice
dell'arrivo di Francesco.
Quando però ebbe udito da lui che intendeva andare in Francia, gli proibì quel
viaggio: « Fratello, non voglio che tu vada oltralpe, poiché nella curia romana vi sono
numerosi prelati e altri personaggi che nuocerebbero volentieri al bene del tuo Ordine. Io e
altri cardinali che amiamo il tuo movimento, lo proteggiamo di gran cuore e lo aiutiamo,
purché tu non ti allontani da queste regioni ».
Disse Francesco: « Messere, è triste per me rimanere in queste province, dopo che ho
inviato i miei fratelli in regioni lontane e straniere ». Il vescovo replicò con voce di
rimprovero: « E perché hai mandato i tuoi fratelli così lontano a morire di fame e di altre
tribolazioni? ».
Gli rispose il Santo con grande slancio di spirito e con tono profetico: « Non pensate,
messere, che il Signore abbia inviato i frati soltanto per il bene di queste regioni. Vi dico in
verità che Dio ha scelto e inviato i frati per il vantaggio spirituale e la salvezza delle anime
degli uomini del mondo intero; essi saranno ricevuti non solo nelle terre dei cristiani, ma
anche in quelle degli infedeli. Purché osservino quello che hanno promesso al Signore, Dio
darà loro il necessario nelle terre degli infedeli come in quelle cristiane ».
Ugolino fu molto ammirato da queste parole, affermando che diceva il vero. Però non
lo lasciò proseguire verso la Francia. Il Santo vi mandò frate Pacifico con altri frati, mentre lui
tornò nella valle di Spoleto.
SERENITA' DEL VERO FRATE MINORE
1639 83. Un'altra volta, avvicinandosi il Capitolo che si sarebbe svolto presso la chiesa della
Porziuncola, Francesco confidò al suo compagno: « Non mi considero un frate minore, se non
ho le disposizioni d'animo che sto per dirti ». E seguitò: « Ecco i frati in gran devozione e
venerazione venire a me, invitandomi alla riunione capitolare. Commosso dalle loro
affettuose insistenze, mi avvio assieme ad essi. Convocata l'assemblea, mi pregano di
annunziare loro la parola di Dio. Mi alzo e predico secondo l'ispirazione dello Spirito Santo.
Finisco il sermone. Supponiamo che allora, dopo averci pensato, concludano
dicendomi: " Non vogliamo che tu regni sopra di noi, perché non sai parlare, sei troppo
semplice, ci vergognamo di avere a capo una persona così incolta e incapace. D'ora in avanti,
non avere la pretesa di chiamarti nostro prelato! ". E così dicendo, mi cacciano,
vilipendendomi.
Ebbene, non potrei considerarmi vero frate minore, se non resto ugualmente sereno
quando mi vilipendono e ignominiosamente mi cacciano via, rifiutandosi di avermi a
prelato, come quando mi onorano e venerano, purché in entrambi i casi il loro vantaggio sia
lo stesso. Se mi allieto per il loro profitto e devozione allorché mi esaltano e onorano (mentre
la mia anima corre pericolo di vana gloria), ancor più mi si addice gioire ed esultare del profitto spirituale e della salvezza della mia anima, allorché mi vituperano cacciandomi via
in maniera umiliante: qui infatti c'è sicuro guadagno per l'anima ».
SORELLA CICALA
1640 84. Era d'estate, e Francesco dimorava alla Porziuncola, nell'ultima cella vicino alla
siepe dell'orto, dietro la casa (dove abitava frate Ranieri, I'ortolano, dopo la morte del Santo).
Un giorno che usciva dalla celletta vide, e poteva toccarla con la mano, sul ramo di un
fico sorgente lì presso, una cicala. Le stese la mano, invitandola: « Sorella mia cicala, vieni con
me! ». Quella venne all'istante sulle sue dita, e il Santo prese ad accarezzarla con un dito
dell'altra mano, dicendole: « Canta, sorella mia cicala! ». Subito lei obbedì, e prese a frinire.
Francesco ne fu molto felice e lodava Dio. La tenne così sulla mano molto a lungo, poi la
ripose sul ramo del fico da cui l'aveva tolta.
Per otto giorni continui ogni volta che usciva dalla celletta, la trovava allo stesso posto
e tutti i giorni, prendendola in mano, appena le diceva, toccandola, di cantare, la cicala
friniva. Passati otto giorni, Francesco si rivolse ai compagni: « Permettiamo adesso a sorella
cicala di andare dove vuole. Ci ha donato abbastanza consolazione, e la nostra carne
potrebbe trarne vanagloria ». Come la ebbe congedata, quella si allontanò e non tornò più a
quel posto. I compagni rimasero meravigliati del fatto che la cicala gli obbedisse così e fosse
tanto affettuosa.
In effetti, Francesco trovava tanta gioia nelle creature per amore del Creatore, che Dio,
al fine di confortare fisicamente e spiritualmente il suo servo, gli rendeva mansuete le
creature che si mostrano ritrose con gli uomini.
MODELLO ED ESEMPIO
1641 85. In altro tempo, Francesco soggiornava nell'eremo di sant'Eleuterio, presso il paese
di Contigliano, nella contrada di Rieti. Siccome non portava che la sola tonaca, un giorno, per
ripararsi dal freddo pungente, foderò con delle pezze all'interno il suo saio e quello del
compagno, così che il suo corpo ne ebbe un po' di conforto.
Poco dopo, un giorno che tornava dall'orazione, tutto gioioso disse al compagno: « Io
devo essere modello ed esempio a tutti i fratelli. Benché sia necessario al mio corpo avere una
tonaca foderata, sono però obbligato a considerare i miei fratelli che patiscono lo stesso
bisogno e non hanno né riescono a procurarsi questa comodità. Perciò è indispensabile che
mi metta nella loro condizione e condivida le loro stesse privazioni, affinché, vedendomi
così, sopportino i loro disagi con maggiore pazienza ».
Noi, che siamo vissuti con lui, non potremmo dire a quanto numerose e urgenti
necessità del suo corpo egli negò soddisfazioni nel vitto e nel vestito, per dare il buon
esempio ai fratelli e aiutarli a sopportare più pazientemente le loro privazioni. La sua preoccupazione dominante fu, in ogni tempo, soprattutto quando i frati
presero a moltiplicarsi ed egli lasciò il governo della fraternità, quella di ammaestrare più con
i fatti che a parole i frati su ciò che dovevano fare e ciò che dovevano evitare.
« Tl HO SCELTO PERCHÉ ERI SPROVVEDUTO »
1642 86. Ci fu un momento in cui Francesco, osservando o sentendo dire che i frati davano
malesempio nell'Ordine e che stavano scadendo dall'altezza del loro ideale di perfezione,
angosciosamente ferito nel profondo del cuore, disse durante la preghiera: « Signore, riaffido a te
la famiglia che mi hai dato »
E gli fu detto dal Signore: « Dimmi, perché ti affliggi così, quando un frate abbandona
l'Ordine e vedi che altri non camminano per la strada che ti ho indicato? Dimmi ancora: chi
ha piantato questa comunità fraterna? Chi converte l'uomo e lo sospinge a entrarvi per fare
penitenza? Chi dona la grazia di perseverare? Non sono io forse? ».
E la voce incalzava: « Io non ti ho scelto per dirigere questa mia famiglia perché eri
letterato ed eloquente, al contrario perché eri sprovveduto, in maniera che sappiate, tu e gli
altri, che sono io a vigilare sul mio gregge. Ti ho innalzato in mezzo ai fratelli a guisa
d'insegna, allo scopo che vedano e compiano a loro volta le opere che io realizzo in te. Coloro
che camminano la mia strada, possiedono me e mi possederanno sempre più. Quelli che si
rifiutano di camminare la mia strada, si vedranno togliere anche i doni che sembrano avere.
Pertanto ti dico di non avvilirti, ma di fare bene quello che fai e badare a compiere il tuo
dovere, sapendo che ho piantato l'Ordine dei frati in uno slancio di amore che mai verrà
meno.
Sappi che amo talmente questa famiglia che, se qualche frate ritorna a malfare e
muore fuori della fraternità, in suo luogo ne invierò un altro a prendere la corona perduta da
quello; e se non fosse nato, lo farò nascere. Affinché tu sia convinto quanto profondamente io
amo questa fraternità, anche se in tutto l'Ordine non restassero che tre frati, non li
abbandonerò in eterno ».
ESEMPIO E STIMOLO PER I FRATELLI
1643 87. Francesco fu molto confortato da queste parole, poiché molto era desolato al
sentire di qualche mal comportamento dei fratelli. Sebbene non potesse non provare un
senso di amarezza nel conoscere qualche miseria, tuttavia, dopo che ebbe ricevuto dal
Signore questa consolazione, la richiamava alla memoria e ne parlava con i suoi compagni .
Ripeteva spesso ai frati, sia nei Capitoli che nei trattenimenti intimi: « Io ho giurato e
risoluto di osservare la Regola, e allo stesso impegno si sono obbligati tutti i frati. E dunque,
da quando lasciai il governo della fraternità a causa delle mie malattie, per il maggior bene
dell'anima mia e dei fratelli, verso di loro non ho che l'obbligo del buon esempio .
Infatti, ho imparato dal Signore e so con certezza che, anche se la malattia non
giustificasse il mio ritiro, il più grande aiuto ch'io possa dare alla fraternità è di pregare ogni
giorno il Signore per essa, affinché la governi, conservi, protegga e difenda. Mi sono impegnato davanti a Dio e ai fratelli di render conto a lui, se uno dei fratelli si perde a causa
del mio malesempio ».
Se talvolta un frate lo esortava a occuparsi della guida dell'Ordine, Francesco faceva
questa considerazione: « I frati hanno la loro Regola, e hanno giurato di osservarla. Affinché
non si appiglino a scuse, quando al Signore piacque di costituirmi loro prelato, I'ho giurata
anch'io, e intendo osservarla fino alla mia morte. Dal momento che i frati sanno benissimo
cosa è loro dovere fare e cosa evitare, a me non resta che ammaestrarli con il comportamento.
Per questo sono stato dato loro mentre vivrò e dopo che sarò morto ».
INCONTRO CON UNO PIU' POVERO
1644 88. Mentre Francesco girava predicando una regione, gli accadde di incontrare un
povero. Notandone la estrema indigenza, disse al suo compagno: « La povertà di quest'uomo
è umiliante per noi; è un rimprovero per la nostra povertà ».
Il compagno rifletté: « In che maniera, fratello? ». E Francesco: « Quando trovo uno
più povero di me, mi sento arrossire. Io ho scelto la santa povertà come mia signora, come la
mia felicità spirituale e corporale. E gira in tutto il mondo questa fama, che io cioè ho fatto
professione di povertà davanti a Dio e agli uomini. Quindi non posso che sentirmi pieno di
vergogna allorché trovo qualcuno più povero di me ».
IL FRATELLO CHE DISPREZZO' UN POVERO
1645 89. Essendo andato Francesco in un eremo presso Rocca di Brizio, allo scopo di
predicare agli abitanti della zona, un giorno che doveva tenere il sermone, ecco venire a lui
un poverello in cattiva salute. Al vederlo, indugiò nel considerare l'indigenza e la infermità
di lui e, mosso a compassione, prese a parlare accoratamente al suo compagno di quella
nudità e malattia.
Gli rispose il compagno: « Fratello, è vero che costui è assai povero, ma in tutta la
contrada non c'è forse un uomo più ricco di lui nel desiderio ». Francesco lo rimproverò di
aver parlato male, e il compagno confessò la sua colpa. E il Santo: « Vuoi fare la penitenza
che ti dirò? ». Rispose: « Volentieri ».
Disse Francesco: « Va', spogliati della tonaca e presentati nudo dinanzi a quel
mendico, gettati ai suoi piedi e digli che hai peccato contro di lui, disprezzandolo. Gli dirai
che preghi per te affinché il Signore ti perdoni ».
Andò il compagno ed eseguì quanto gli era stato ordinato. Ciò fatto, si rimise la veste
e tornò dal Santo. Gli disse Francesco: « Vuoi che ti dica come hai peccato contro di lui o
meglio contro Cristo? Ecco: quando vedi un povero, devi considerare colui in nome del quale
viene, Cristo cioè, fattosi uomo per prendere la nostra povertà e infermità. Nella povertà e
nella malattia di questo mendicante dobbiamo scorgere con amore la povertà e infermità del
Signore nostro Gesù Cristo, le quali egli portò nel suo corpo per la salvezza del genere
umano »
1646 90. In un eremitaggio situato sopra Borgo San Sepolcro, venivano di tanto in tanto
certi ladroni a domandare del pane. Costoro stavano appiattati nelle folte selve di quella
contrada e talora ne uscivano, e si appostavano lungo le strade per derubare i passanti.
Per questo motivo, alcuni frati dell'eremo dicevano: « Non è bene dare l'elemosina a
costoro, che sono dei ladroni e fanno tanto male alla gente ». Altri, considerando che i
briganti venivano a elemosinare umilmente, sospinti da grave necessità, davano loro qualche
volta del pane, sempre esortandoli a cambiar vita e fare penitenza.
Ed ecco giungere in quel romitorio Francesco. I frati gli esposero 11 loro dilemma:
dovevano oppure no donare il pane a quei malviventi? Rispose il Santo: « Se farete quello che
vi suggerisco, ho fiducia nel Signore che riuscirete a conquistare quelle anime». E seguitò: «
Andate, acquistate del buon pane e del buon vino, portate le provviste ai briganti nella selva
dove stanno rintanati, e gridate: --Fratelli ladroni, venite da noi! Siamo i frati, e vi portiamo
del buon pane e del buon vino--. Quelli accorreranno all'istante. Voi allora stendete una
tovaglia per terra, disponete sopra i pani e il vino, e serviteli con rispetto e buon umore.
Finito che abbiano di mangiare, proporrete loro le parole del Signore. Chiuderete
l'esortazione chiedendo loro per amore di Dio, un primo piacere, e cioè che vi promettano di
non percuotere o comunque maltrattare le persone. Giacché, se esigete da loro tutto in una
volta, non vi starebbero a sentire. Ma così, toccati dal rispetto e affetto che dimostrate, ve lo
prometteranno senz'altro.
E il giorno successivo tornate da loro e, in premio della buona promessa fattavi,
aggiungete al pane e al vino delle uova e del cacio; portate ogni cosa ai briganti e serviteli.
Dopo il pasto direte:--Perché starvene qui tutto il giorno, a morire di fame e a patire stenti, a
ordire tanti danni nelI'intenzione e nel fatto, a causa dei quali rischiate la perdizione
dell'anima, se non vi ravvedete? Meglio è servire il Signore, e Lui in questa vita vi
provvederà del necessario e alla fine salverà le vostre anime--. E il Signore, nella sua
misericordia, ispirerà i ladroni a mutar vita, commossi dal vostro rispetto ed affetto».
Si mossero i frati e fecero ogni cosa come aveva suggerito Francesco. I ladroni, per la
misericordia e grazia che Dio fece scendere su di loro, ascoltarono ed eseguirono punto per
punto le richieste espresse loro dai frati. Molto più per l'affabilità e l'amicizia dimostrata loro
dai frati, cominciarono a portare sulle loro spalle la legna al romitorio. Finalmente, per la
bontà di Dio e la cortesia e amicizia dei frati, alcuni di quei briganti entrarono nell'Ordine,
altri si convertirono a penitenza, promettendo nelle mani dei frati che d'allora in poi non
avrebbero più perpetrato quei mali e sarebbero vissuti con il lavoro delle loro mani.
I frati e altre persone venute a conoscenza dell'accaduto, furono pieni di meraviglia,
pensando alla santità di Francesco, che aveva predetto la conversione di uomini così perfidi e
iniqui, e vedendoli convertiti al Signore così rapidamente.
IL FINTO SANTO 1647 91. C'era un frate di vita esemplare e santa, intento all'orazione giorno e notte.
Osservava un silenzio ininterrotto, al punto che talora, confessandosi a un frate sacerdote,
non si esprimeva con parole ma con dei gesti. Appariva talmente devoto e fervente
nell'amore di Dio che a volte, sedendo in mezzo ai confratelli, pur standosene muto
manifestava una tale gioia interiore ed esteriore nell'ascoltare la conversazione edificante, che
tutti i frati e gli altri che lo vedevano, si sentivano attirati a devozione, e lo consideravano
come un santo.
Da molti anni ormai perseverava in questo genere di vita, quando Francesco venne al
luogo dov'egli dimorava. Udendo dai fratelli come si comportava, disse: «Sappiate in verità
che si tratta di tentazione e inganno diabolico, dal momento che rifiuta di confessarsi ».
Nel frattempo, ecco capitare colà il ministro generale per un incontro con Francesco.
Anche lui magnificava quel religioso alla presenza del Santo, che però ribatté: « Credimi,
fratello, che quello è guidato e ingannato dallo spirito maligno ». Il ministro generale rispose:
« Mi sembra cosa straordinaria e quasi incredibile che un uomo, il quale mostra tanti segni e
prove di santità, possa essere quello che tu dici ». Francesco ripigliò: « Mettilo alla prova,
chiedendogli di confessarsi due o almeno una volta la settimana. Se non ti dà retta,
constaterai che ti ho detto il vero ».
Un giorno che il ministro generale ebbe a parlargli, gli ingiunse: « Fratello, ti impongo
di confessarti due o almeno una volta per settimana ». Quello si mise un dito sulle labbra,
scotendo il capo e mostrando con segni che non intendeva obbedire. Il ministro, per non
esasperarlo, non insistette. Ma non passarono molti giorni che colui uscì di sua volontà
dall'Ordine e tornò nel mondo, rindossando l'abito secolare.
E una volta che due compagni di Francesco camminando per via si imbatterono in lui
che veniva avanti da solo, come un poverissimo pellegrino, impietositi gli dissero: « O
sventurato, dov'è la tua virtuosa e santa vita? Non volevi farti vedere dai tuoi fratelli né
parlare con loro, tanto amavi la solitudine; ed ora, eccoti vagabondo per il mondo, come uno
che ignora Dio e i suoi servi ».
Quell'uomo cominciò a parlare, bestemmiando a ogni momento, come fanno i
mondani. I frati gli dissero: « Miserabile, perché bestemmi al modo degli empi? proprio tu,
che una volta ti astenevi non solo dal parlare ozioso, ma perfino dalle conversazioni
edificanti ». Quello ribatté: « Non può essere altrimenti ». Così si separarono. E pochi giorni
appresso morì.
I frati e le altre persone a conoscenza della cosa, ne rimasero stupefatti, considerando
la santità di Francesco che aveva predetto la defezione di quell'infelice ai tempi che tutti lo
stimavano santo.
PERSECUZIONE DIABOLICA
1648 92. Quando Francesco andò a Roma per incontrare Ugolino vescovo di Ostia, più
tardi eletto papa, si trattenne con lui alcuni giorni. Accomiatatosi, andò a far visita a Leone
cardinale di Santa Croce. Era questo un uomo molto affabile e gentile ed era felice di vedere
Francesco e lo venerava sentitamente.
In quella circostanza egli pregò il Santo con viva devozione a restarsene da lui un po'
di giorni, anche perché si era d'inverno e faceva un freddo crudo e quasi ogni giorno si scatenavano vento e pioggia, come succede in quella stagione. Gli disse: « Fratello, il
maltempo non permette di viaggiare. Vorrei, se ti piace, che tu soggiornassi in casa mia
finché il tempo consentirà di rimetterti in cammino. Io passo gli alimenti ogni giorno a un
gruppo di poveri qui da me; ebbene, tu sarai trattato come uno di loro ». Disse questo il
cardinale, perché sapeva che Francesco, nella sua umiltà, voleva sempre esser trattato come
un poverello, dovunque lo ospitassero, benché fosse di così alta santità che dal Papa dai
cardinali e da tutti i grandi di questo mondo che lo conoscevano era venerato come santo. Il
dignitario aggiunse: « Ti assegnerò una dimora lontana dal palazzo, dove potrai pregare e
prendere i pasti a tuo piacimento ».
Soggiornava allora con il cardinale Leone uno dei primi dodici compagni di
Francesco: frate Angelo Tancredi. Questi suggerì a Francesco: « Fratello, qui vicino, nelle
mura della città, sorge una bella torre, molto ampia e spaziosa all'interno, con nove locali a
volta, dove potrai stare appartato come in un eremo ». Il Santo propose: « Andiamo a vederla
». La vide e gli piacque. Tornato dal cardinale gli disse: « Signore, forse resterò presso di voi
alcuni giorni ». Il cardinale ne fu tutto contento.
Angelo allora andò a preparare un alloggio nella torre, in modo che Francesco e il suo
compagno potessero abitarvi giorno e notte, poiché il Santo non intendeva discendere da là
in nessun momento della giornata, finché fosse rimasto ospite del cardinale Leone. Lo stesso
Angelo si offrì a Francesco e al compagno di recare quotidianamente il cibo, lasciandolo
fuori, in modo che né lui né altri entrassero a disturbare. Francesco salì dunque sulla torre,
per abitarvi con il compagno.
Durante la prima notte, mentre Francesco si disponeva a dormire, irruppero i demoni
e lo coprirono di botte. Egli chiamò subito il compagno, che stava lontano: « Vieni da me! ».
Quello gli fu vicino d'un balzo. Gli disse il Santo: « Fratello, i demoni mi hanno pestato
duramente. Desidero che tu mi rimanga accanto, perché ho paura di starmene qui solo ». Il
compagno gli fu appresso per l'intera notte. Francesco tremava tutto, come in preda alla
febbre. Durarono svegli entrambi fino al mattino.
Nel frattempo Francesco conversava con il suo compagno: « Perché i demoni mi
hanno battuto? Perché il Signore ha dato loro il potere di farmi del male? ». Si mise a
riflettere: « I demoni sono i "castaldi" del Signore nostro. Come il podestà spedisce il suo
castaldo a punire il cittadino che ha commesso un reato, così il Signore corregge e castiga
coloro che ama, per mezzo dei suoi castaldi, i demoni, esecutori della sua giustizia. Molte
volte anche il perfetto religioso pecca per ignoranza. Allora, siccome non è consapevole della
sua colpa, viene punito dal diavolo, affinché messo sull'avviso dal castigo, controlli
interiormente ed esteriormente in cosa è consistito il suo fallo e cerchi di individuarlo.
A quelli che il Signore ama teneramente nella vita terrestre non risparmia le punizioni.
Quanto a me, per misericordia e grazia di Dio, non sono conscio di aver commesso peccati
che non abbia scontato confessandomi e facendo penitenza. Di più, la sua misericordia mi ha
largito questo dono: egli durante la preghiera mi dà conoscenza di ogni cosa in cui gli piaccio
o gli dispiaccio. Ma può darsi, secondo me, che il Signore mi abbia punito stavolta mediante i
suoi castaldi per questo motivo: il cardinale è spontaneamente generoso con me, e d'altra
parte il mio corpo ha necessità di avere questi aiuti e io li ricevo con semplicità. Tuttavia, sia i
miei fratelli che vanno per il mondo affrontando la farne e molti disagi, sia gli altri che
dimorano in misere abitazioni e romitaggi, venendo a sapere che dimoro presso un cardinale,
potrebbero aver motivo di protestare contro di me. Noi qui a sopportare ogni sorta di
privazioni, e lui a godersi le agiatezze! Ebbene, io sono tenuto sempre a dare il buon esempio
ai frati; è per questo che sono stato dato ad essi. I frati sono più edificati quando io vivo tra loro in luoghi poverelli, che quando sto altrove; e sopportano con più coraggiosa pazienza le
loro asprezze, quando sentono e sanno che le sopporto io pure ».
Francesco non ebbe invero buona salute, mai; anche mentre visse nel mondo era di
costituzione fragile e delicata, e fu sempre più malato di giorno in giorno fino alla sua morte.
Eppure, costantemente si preoccupava di dare il buon esempio ai fratelli e di togliere ogni
occasione di mormorare contro di lui: « Eccolo, si concede tutto quello di cui abbisogna,
mentre noi peniamo, privi di tutto! ». E così, fosse in salute o fosse infermo, fino al giorno del
suo trapasso volle patire tante privazioni che, se ogni frate ne fosse a conoscenza come noi,
che siamo vissuti assieme a 1ui per un certo tempo fino a che morì, non potrebbero ricordarlo
senza piangere, e sopporterebbero con più serena pazienza necessità e tribolazioni.
Allo spuntar del giorno, Francesco scese dalla torre e andò dal cardinale a raccontargli
quanto gli era accaduto e i discorsi fatti con il compagno. Aggiunse: « La gente ha gran fede
in me e ml crede un sant'uomo, ma ecco che i demoni mi hanno buttato fuori dal mio carcere
». Egli voleva stare recluso nella torre come in un carcere, non parlando che con il suo compagno.
Il cardinale fu felice di rivederlo; però, siccome lo riguardava e venerava come santo,
accettò la sua decisione di non trattenersi oltre colà. Francesco, accomiatatosi dalI'ospite,
tornò all'eremo di Fonte Colombo presso Rieti.
QUARESIMA SULLA VERNA
1649 93. Una volta che Francesco salì all'eremo della Verna, quel luogo così isolato gli
piacque talmente, che decise di passare lassù una quaresima in onore di san Michele. Vi era
salito prima della festa dell'Assunzione della gloriosa vergine Maria, e contando i giorni da
questa festività fino a quella di san Michele, trovò che erano quaranta. Allora disse: « A onore
di Dio e della beata Vergine Maria, sua madre e di san Michele, principe degli angeli e delle
anime, voglio fare una quaresima quassù ».
Entrato nella cella dove intendeva soggiornare tutto quel periodo, nella prima notte
pregò il Signore di mostrargli qualche segno da cui potesse conoscere se era volontà divina
ch'egli rimanesse sulla Verna. Infatti, Francesco, allorché si fermava in qualche luogo per un
periodo di orazione o andava in giro per il mondo a predicare, sempre si preoccupava di
conoscere il volere di Dio, affine di maggiormente piacergli. A volte egli temeva che, sotto
pretesto di stare isolato per attendere all'orazione, il suo corpo volesse riposare, rifiutando la
fatica di andare a predicare per il mondo, per la salvezza del quale Cristo discese dal cielo. E
faceva pregare quelli che gli parevano prediletti dal Signore, affinché Dio mostrasse loro la
sua volontà, se cioè Francesco dovesse andare per il mondo a evangelizzare il popolo o se
talora dovesse ritirarsi in qualche luogo solitario a fare orazione.
Sul far del mattino, mentre era in preghiera, uccelli di ogni specie volarono sulla cella
del Santo; non tutti insieme però, ma prima veniva uno e cantava, facendo dolcemente il suo
verso, e poi volava via, indi veniva un altro, cantava, ripartiva; e così fecero tutti. Francesco
fu assai meravigliato della cosa, e ne trasse grande consolazione. Ma poi prese a riflettere
cosa volesse significare quell'omaggio, e il Signore gli rispose in spirito: « Questo è il segno
che il Signore ti farà delle grazie in questa cella e ti darà copiose consolazioni ». E fu veramente così. Invero, fra le altre consolazioni intime o palesi comunicategli dal
Signore, ebbe l'apparizione del Serafino da cui trasse viva consolazione spirituale per tutto il
tempo che visse. Quando quello stesso giorno il compagno venne a portargli da mangiare, il
Santo gli narrò tutto l'accaduto.
Quantunque godesse molte gioie in quella celletta, di notte i demoni gli inflissero
parecchie molestie, com'egli stesso raccontò a quello stesso compagno. Una volta gli confidò:
« Se i fratelli sapessero quante tribolazioni mi infliggono i demoni, ognuno di loro sarebbe
commosso a pietà e compassione grande verso di me ».
Come a più riprese disse ai compagni, Francesco a motivo di queste persecuzioni non
poteva essere a disposizione dei fratelli e mostrare loro quell'affetto che avrebbero
desiderato.
Il GUANCIALE DI PIUME
1650 94. In altra occasione, Francesco soggiornava nell'eremitaggio di Greccio, e passava i
giorni e le notti pregando, nella ultima celletta che sorge dopo la cella maggiore. Una notte,
durante il primo sonno, chiamò il compagno che riposava non lontano, nella cella più grande
e antica. Il compagno si alzò all'istante e andò, entrando nell'atrio della celletta dove
Francesco era coricato, fermandosi però vicino all 'uscio .
Gli disse il Santo: « Fratello, stanotte non ho potuto dormire né tenermi in piedi a
pregare. Mi tremano la testa e il corpo, come avessi mangiato pane di loglio ». Il compagno si
trattenne a parlare con lui dell'accaduto, confortandolo. Francesco rispose: « Io credo che
c'era il diavolo in questo cuscino che ho sotto il capo ». Quel guanciale di piume glielo aveva
comprato messer Giovanni di Greccio, che il Santo amava di cuore e a cui mostrò profonda
amicizia tutto il tempo che visse.
Da quando aveva abbandonato il mondo, Francesco non volle più coricarsi su un
coltrone né tenere sotto il capo un cuscino di piume, mai, nemmeno nelle malattie. Ma quella
volta i fratelli ve lo avevano obbligato, riluttante, a causa della gravissima affezione agli
occhi. Prese dunque quel guanciale e lo gettò al suo compagno, che afferratolo con la destra
se lo gettò sulla spalla sinistra, tenendolo con la stessa mano, e uscì dall'atrio.
Immediatamente perse la parola e non riusciva a spostarsi da lì, né riusciva a
sbarazzarsi del cuscino; ma se ne stava immobile, con la sensazione di essere fuori di sé,
incosciente di quello che avveniva in lui e negli altri. Restò in quello stato per non breve
tempo, fin quando, per grazia di Dio, Francesco non lo richiamò. Allora tornò in sé, lasciò
cadere dietro quel cuscino e rientrò da Francesco a raccontargli quello che gli era capitato.
Gli rispose il Santo: « In serata, mentre recitavo compieta, sentii che il diavolo
penetrava nella cella ». E fu certo allora ch'era stato il diavolo a impedirgli di dormire e di
tenersi dritto a pregare. Disse al compagno: « Il diavolo è molto sottile e astuto. Dal momento
che, per la misericordia e grazia di Dio, non può nuocere alla mia anima, si sfoga contro il
mio corpo, rendendomi impossibile il riposo e lo stare in piedi a pregare, in modo da
impedire la devozione e la gioia del cuore e da farmi mormorare contro la mia infermità ».
SUO FERVORE NEL RECITARE L' UFFICIO
1651 95. Sebbene soffrisse per molti anni di gravi disturbi di stomaco, milza, fegato e occhi,
era così fervoroso e pregava con tanto raccoglimento, che durante l'orazione non voleva
appoggiarsi al muro o alla parete, ma stava dritto, senza cappuccio sulla testa, e talora in
ginocchio, e passava nella preghiera la maggior parte del giorno e della notte.
Quando andava a piedi per il mondo, sempre si fermava al momento di recitare le ore
liturgiche. Se poi viaggiava a cavallo ( era abitualmente infermiccio), ne scendeva per dire le
ore. E una volta che tornava da Roma, dopo aver soggiornato alcuni giorni presso il cardinale
Leone, il giorno stesso che uscì dalla città piovve senza interruzione. Malato com'era,
cavalcava; però, quando volle dire le ore scese da cavallo e stette in piedi al margine della
strada, sotto la pioggia che lo ammollava.
E spiegò: « Se vuol prendere i suoi alimenti in pace e quiete questo corpo che assieme
ai suoi cibi diventerà pasto dei vermi, con quanta maggior pace e quiete non deve l'anima
prendere il suo nutrimento, che è Dio stesso ».
FRATELLO CORPO
1652 96. Diceva: « Il diavolo esulta quando riesce a spegnere o affievolire, nel cuore del
servo di Dio, la tenerezza e la letizia provenienti da una pura preghiera e da altre opere
buone. Chè se il diavolo riesce a penetrare nel cuore del servo di Dio, e questi non se ne sta
all'erta e quanto prima può non affronta ed elimina l'invasore con il pentimento, la
confessione e la penitenza, in breve tempo l'avversario trasformerà un capello in una trave ».
E seguitava: « Il servo di Dio deve soddisfare in modo equilibrato al proprio corpo nel
nutrimento, nel riposo e nelle altre necessità, affinché fratello corpo non trovi da mormorare,
protestando:--Non posso stare dritto, né resistere a lungo nell'orazione, né compiere altre
opere buone, perché non mi procuri ciò che mi abbisogna!--».
Soggiungeva: « Se il servo di Dio provvede saggiamente al proprio corpo con buon
garbo e nella misura del possibile, e fratello corpo si mostra pigro, negligente e sonnolento
nell'orazione, nelle veglie e nelle altre buone opere dello spirito, allora deve castigarlo come
un giumento riottoso e indolente, che vuole, sì, mangiare, ma ricusa di lavorare e portare il
carico.
Se infine fratello corpo, malato o sano, a causa della penuria e ristrettezza non può
ottenere il necessario, quando ne fa richiesta per amore di Dio con rispetto e umiltà al fratello
suo o al prelato, sopporti le privazioni per amore del Signore: e il Signore considererà come
martirio queste rinuncie. E poiché il servo di Dio ha fatto ciò che stava in lui, cioè ha chiesto il
necessario, non pecca, anche se il corpo ne dovesse patire gravi conseguenze ».
LA GIOIA SPIRITUALE 1653 97. Dal momento della conversione al giorno della morte, Francesco fu molto duro,
sempre, con il suo corpo. Ma il suo più alto e appassionato impegno fu quello di possedere e
conservare in se stesso la gioia spirituale.
Affermava: « Se il servo di Dio si preoccuperà di avere e conservare abitualmente la
gioia interiore ed esteriore, gioia che sgorga da un cuore puro, in nulla gli possono nuocere i
demoni, che diranno: --Dato che questo servo di Dio si mantiene lieto nella tribolazione come
nella prosperità, non troviamo una breccia per entrare in lui e fargli danno--».
Una volta il Santo rimproverò uno dei compagni che aveva un'aria triste e una faccia
mesta: ff Perché mostri così la tristezza e I 'angoscia dei tuoi peccati ? E una questione privata
tra te e Dio. Pregalo che nella sua misericordia ti cloni la gioia della salvezza. Ma alla
presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il servo di Dio si
mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad altra persona».
Diceva altresì: « So che i demoni mi sono invidiosi per i benefici concessimi dal
Signore per sua bontà. E siccome non possono danneggiare me, si sforzano di insidiarmi e
nuocermi attraverso i miei compagni. Se poi non riescono a colpire né me né i compagni,
allora si ritirano scornati. Quando mi trovo in un momento di tentazione e di avvilimento, mi
basta guardare la gioia del mio compagno per riavermi dalla crisi di abbattimento e
riconquistare la gioia interiore ».
PREDICE LA SUA GLORIA
1654 98. Mentre Francesco giaceva infermo nel palazzo vescovile d'Assisi, un frate, uomo
spirituale e santo, gli disse un giorno in tono scherzoso: « A che prezzo venderai al Signore i
tuoi cenci? Molte stoffe preziose e drappi di seta avvolgeranno questo tuo corpo, ricoperto
adesso di vili panni ».
Francesco portava allora, a motivo della sua malattia, un copricapo di pelle ricoperto
di sacco, e di sacco era la sua veste.
Rispose Francesco, o meglio lo Spirito Santo per bocca di lui, con grande ardore di
spirito e gioia: « Tu dici il vero: sarà proprio così! ».
BENEDIZIONE ALLA CITTA' DI ASSISI
1655 99 Sempre durante la sua dimora in quel palazzo, sentendo Francesco di peggiorare di
giorno in giorno, si fece portare alla Porziuncola in barella, giacché non avrebbe potuto
cavalcare per l'aggravarsi della sua malattia.
Quando i frati, che lo portavano giunsero vicino allo ospedale, disse loro di posare la
barella per terra, ma voltandolo, in modo che tenesse il viso rivolto verso la città di Assisi:
egli aveva perduto quasi del tutto la vista, per la gravissima lunga infermità d'occhi. Si drizzò
allora un poco sulla lettiga e benedisse Assisi con queste parole: « Signore, credo che questa
città sia stata anticamente rifugio e dimora di malvagi iniqui uomini, malfamati in tutte queste regioni. Ma per la tua copiosa misericordia, nel tempo che piacque a te, vedo che hai
mostrato la sovrabbondanza della tua bontà, così che la città è diventata rifugio e soggiorno
di quelli che ti conoscono e danno gloria al tuo nome e spandono profumo di vita santa, di
retta dottrina e buona fama in tutto il popolo cristiano.
Io ti prego dunque, o Signore Gesù Cristo, padre delle misericordie, di non guardare alla
nostra ingratitudine, ma di ricordare solo l'abbondanza della tua bontà che le hai dimostrato.
Sia sempre, questa città, terra e abitazione di quelli che ti conoscono e glorificano il tuo nome
benedetto e glorioso nei secoli dei secoli. Amen ».
Detta che ebbe questa preghiera, fu trasportato a Santa Maria della Porziuncola.
SORELLA MORTE
1656 100. Dal giorno della conversione fino a quello della morte, Francesco, fosse in salute o
malato, sempre si preoccupò di conoscere ed eseguire la volontà del Signore.
Un giorno un frate gli disse: « Padre, la tua vita e condotta è stata ed è una fiaccola e
un modello non solo per i tuoi frati, ma per l'intera Chiesa di Dio: e così sarà anche la tua
morte. Certo, ai tuoi frati e a moltissime altre persone la tua scomparsa provocherà indicibile
dolore e tristezza; ma per te sarà immensa consolazione e gioia infinita. Infatti, tu passerai da
questo lavoro gravoso al più grande riposo da molte sofferenze e prove al gaudio senza fine,
dalla dura povertà (che hai sempre amato e gioiosamente abbracciato dal momento della
conversione fino a oggi) alle ricchezze più grandi e vere, infinite; dalla morte fisica passerai
alla vita eterna, dove vedrai faccia a faccia per sempre il Signore Dio tuo, che in questo
mondo hai contemplato con tanto fervore, desiderio e amore ».
Detto ciò, gli parlò francamente: « Padre, sappi in verità che, se il Signore non manda
al tuo corpo la sua medicina dal cielo, la tua malattia è incurabile e poco ti resta da vivere,
come hanno già pronosticato i medici. Dico questo per confortare il tuo spirito, affinché tu sia
sempre felice interiormente ed esteriormente nel Signore, e i tuoi frati e gli altri che vengono
a visitarti ti trovino lieto nel Signore. Siccome sanno che presto morrai, vedendoti cos~
sereno o venendolo a sapere dalla gente dopo il tuo trapasso, ciò costituirà per tutti un
ricordo e un esempio, come lo è stata tutta la tua vita ».
Allora Francesco, sebbene disfatto dalle malattie, con grande fervore di spirito e
raggiante di gioia profonda, lodò il Signore. Poi rispose al compagno: « Ebbene, se la morte è
imminente, chiamatemi i fratelli Angelo e Leone, affinché mi cantino di sorella Morte ».
Vennero i due da Francesco e cantarono, in lacrime, il Cantico di frate Sole e delle altre
creature del Signore, composto dal Santo durante la sua infermità, a lode del Signore e a
consolazione dell'anima sua e degli altri. In questo Cantico, innanzi all'ultima strofa, egli
inserì la lassa di sorella Morte, questa:
Laudato sie, mi Segnore,
per sora nostra morte corporale,
dalla quale null'omo vivente po' scampare.
Guai a quilli ke morirà ne li peccati mortali!
Biati quilli ke trovarà ne li toi
sanctissime volontade
ke lla morte seconda no li farà male
ULTIMA VISITA DI « FRATE » JACOPA
1657 101. Un giorno Francesco fece chiamare i suoi compagni e disse: « Voi sapete come
donna Jacopa dei Settesogli fu ed è molto fedele e affezionata a me e alla nostra fraternità. Io
credo che, se la informerete del mio stato di salute, riterrà ciò come una grazia grande e
consolazione. Fatele sapere, in particolare, che vi mandi, per confezionare una tonaca, del
panno grezzo color cenere, del tipo di quello tessuto dai monaci cistercensi nei paesi
d'oltremare. E insieme, invii un po' di quel dolce che era solita prepararmi quando
soggiornavo a Roma ».
Si tratta del dolce che i romani chiamano mostacciolo, ed è fatto con mandorle,
zucchero o miele e altri ingredienti.
Jacopa era una donna spirituale, vedova, devota a Dio, una delle più nobili e ricche
signore di Roma. Per i meriti e la predicazione di Francesco ella aveva avuto da Dio tanta
grazia da sembrare quasi una seconda Maddalena, teneramente devota fino alle lacrime.
Scritta che fu la lettera secondo le indicazioni del padre santo, un frate stava cercando
chi la potesse recapitare, quando d'improvviso si udì bussare alla porta. Il frate che corse ad
aprire si trovò davanti donna Jacopa venuta da Roma in gran fretta per visitare Francesco.
Senza por tempo in mezzo, il frate fu tutto felice al capezzale di Francesco, annunziandogli
come la signora era arrivata in compagnia del figlio e di numerose altre persone. E domandò:
« Padre, che facciamo? Dobbiamo lasciarla entrare e accostarsi a te? ».
In effetti, per volontà di Francesco, era stato stabilito, e ciò fin dai primi tempi, che in
quel convento nessuna donna potesse entrare in clausura, per salvaguardare l'onorabilità e il
raccoglimento della casa religiosa.
Rispose Francesco: « Il divieto non è applicabile a questa signora, che una tale fede e
devozione ha fatto accorrere da così lontano ». Jacopa entrò dunque da Francesco e al vederlo
si mise a piangere. Suscitò stupore che l'ospite avesse recato con sé il drappo funebre color
cenere per confezionare la tonaca, e tutte le altre cose che le erano state chieste nella lettera.
La straordinaria coincidenza lasciò attoniti i frati, che vi scorsero un segno della santità di
Francesco.
Donna Jacopa si rivolse loro e spiegò: « Fratelli, mentre stavo pregando, mi fu detto in
spirito: --Va' e visita il tuo padre Francesco. Affrettati, non indugiare, poiché se tu tardi non
lo troverai vivo. Gli porterai quel tale panno per la tonaca, e il necessario per preparargli un
dolce. Prendi con te anche gran quantità di cera per fare dei lumi e altresì dell'incenso --».
Veramente, Francesco non aveva parlato di incenso nella sua lettera; ma il Signore
ispirò alla nobildonna che ne portasse, come a ricompensa e consolazione della sua anima e
affinché meglio conosciamo la grande santità di lui, ii povero che il Padre celeste volle
circondare di tanto onore nei giorni della sua morte. Colui che ispirò ai re Magi di avviarsi
con donativi a rendere onore al diletto Bambino, figlio suo, nei giorni della sua nascita nella
povertà, volle ispirare a quella gentildonna, che abitava lontano, di recarsi con doni a
venerare il glorioso corpo santo del suo servo Francesco, il quale con tanto amore e slancio
amò e imitò, in vita e in morte, la povertà del suo Figlio diletto.
Donna Jacopa preparò poi il dolce che piaceva a Francesco. Ma egli lo assaggiò
appena, poiché per la gravissima malattia le sue forze venivano meno inesorabilmente, e si
appressava alla morte. Fece fare anche numerose candele perché ardessero dopo il trapasso intorno alla salma venerata. Con il panno che aveva recato, i frati confezionarono la tonaca
con cui il Santo venne sepolto. Francesco ordinò loro che vi cucissero sopra delle pezze di
sacco, in segno ed esempio di umiltà e povertà. E come piacque a Dio, proprio nella
settimana che donna Jacopa era arrivata, Francesco migrò al Signore.
GLI IDEALI DI UMILTÀ' E POVERTA'
1658 102. Fin dalla conversione, Francesco, con l'aiuto del Signore, fondò se stesso e la sua
casa, vale a dire l'Ordine, da sapiente architetto, sopra solida roccia, cioè sopra la massima
umiltà e povertà del Figlio di Dio, e lo chiamò Ordine dei frati minori.
Sopra la massima umiltà. Per questo, nei primordi, quando i frati presero a
moltiplicarsi, volle che abitassero nei lazzaretti a servizio dei lebbrosi. A quel tempo, quando
nobili e popolani si presentavano come postulanti, fra le altre cose che venivano loro
annunziate, si diceva ch'era necessario servire ai lebbrosi e stabilirsi nei lazzaretti.
Sopra la massima povertà. Infatti, nella Regola è fatto obbligo ai frati di vivere nelle
loro abitazioni come stranieri e pellegrini, senza nulla voler possedere sotto il cielo all'infuori
della santa povertà, grazie alla quale il Signore li nutre quaggiù di alimenti corporali e di
virtù, e in futuro otterranno l'eredità celeste.
Costruì dunque se stesso sulle fondamenta di una perfetta umiltà e povertà. Invero,
pur essendo un grande prelato nella Chiesa di Dio, volle e prescelse di essere l'ultimo, non
solo nella Chiesa ma anche in mezzo ai suoi fratelli.
IL VESCOVO DI TERNI
1659 103. Una volta mentre predicava al popolo di Terni nella piazza davanti all'episcopio,
il vescovo della città, uomo saggio e spirituale, assisteva al sermone. Terminato che fu, il
vescovo si alzò e, fra altre parole di Dio, rivolse al popolo questa esortazione: « Da quando
cominciò a piantare e edificare la sua Chiesa, il Signore non ha mai cessato d'inviare uomini
santi, i quali con la parola e l'esempio l'hanno sostenuta. E in questi ultimi tempi egli ha
voluto illuminarla per mezzo di questo uomo poverello, semplice e illetterato »--e così
dicendo mostrava con il dito Francesco a tutto il popolo--. « Per questo siete tenuti ad amare
e onorare il Signore, e a guardarvi dai peccati: poiché non ha fatto a tutte le nazioni un dono
simile >>.
Concluso che ebbe il discorso, il vescovo scese dal luogo dove aveva parlato ed entrò
con Francesco nella chiesa cattedrale. Allora il Santo si inchinò davanti al vescovo e si prostrò
ai suoi piedi dicendo: « In verità ti dico, messer vescovo, che finora nessuno mi ha fatto a
questo mondo un onore grande come quello fattomi oggi da te. Gli altri dicono:--Questo è un
santo uomo!--, attribuendo gloria e santità alla creatura e non al Creatore. Ma tu, da uomo
sagace, hai separato la materia preziosa da quella vile ».
ANCORA SULL' UMILTÀ' DI FRANCESCO
1660 104. Spesso, quando gli si prodigavano onori e lo si celebrava come santo ribatteva
con la frase: « Non sono ancora sicuro che non avrò figli e figlie! ». E spiegava: « Infatti, in
qualunque ora il Signore mi volesse togliere il suo tesoro, datomi in prestito, che altro mi
resterebbe se non il corpo e l'anima, che anche gli infedeli possiedono? Di più, devo esser
convinto che se il Signore avesse dato a un ladrone o a un non credente le grazie concesse a
me essi sarebbero più fedeli di me al Signore ».
Disse ancora: « Come nelle immagini del Signore e della beata Vergine dipinte su
tavola si onora e ricorda Dio e la Madonna, e il legno e la pittura non attribuiscono tale onore
a se stessi; così il servo di Dio è come una pittura, una creatura fatta a immagine di Dio, nella
quale è Dio che viene onorato nei suoi benefici. Il servo di Dio, dunque, simile a una tavola
dipinta, non deve riferire nulla a se stesso l'onore e la gloria vanno resi a Dio solo, mentre a se
stesso egli attribuirà vergogna e dispiacere, poiché sempre, finché viviamo, la nostra carne è
ribelle alle grazie del Signore ».
DIMISSIONI Dl FRANCESCO
1661 105. Francesco volle essere umile in mezzo ai suoi fratelli. Per conservare una più
grande umiltà, pochi anni dopo la sua conversione, in un Capitolo celebrato presso la
Porziuncola, egli rassegnò le dimissioni dall'incarico di prelato, dicendo alla presenza di tutti
i frati convenuti: « Da ora io sono morto per voi. Ma ecco frate Pietro di Cattanio al quale io e
voi tutti obbediremo ».
Allora tutti i frati presero a piangere forte e a lacrimare. Francesco si inchinò davanti a
frate Pietro e gli promise obbedienza e riverenza.
OBBEDIENZA DEL SANTO
1662 106. Non solo volle essere soggetto al ministro generale, ma anche ai ministri
provinciali. Infatti, in qualunque provincia soggiornasse o percorresse predicando, obbediva
al ministro dl quella provincia. Più ancora, a maggior perfezione di umiltà, lungo tempo
innanzi alla sua morte, disse una volta al ministro generale: « Voglio che tu affidi la cura che
hai di me ad uno dei miei compagni. Gli obbedirò come a te stesso: ché per il buon esempio e
la virtù dell'obbedienza io voglio che tu resti sempre con me, in vita e in morte ».
E da allora fino al suo trapasso ebbe sempre come suo guardiano uno dei compagni; e
gli obbediva in luogo del ministro generale.
Altra volta ebbe a confessare ai compagni: « Tra le altre grazie, I'Altissimo mi ha
largito questa: obbedirei al novizio entrato nell'Ordine oggi stesso, se fosse mio guardiano come si trattasse del primo e più attempato dei fratelli. Invero, il suddito non deve
considerare nel prelato l'uomo bensì Colui per amore del quale si sottomette a un uomo ».
Disse pure: « Non ci sarebbe un prelato nel mondo intero, temuto dai sudditi e fratelli
suoi quanto il Signore farebbe che io fossi temuto dai miei frati, qualora lo volessi. Ma
l'Altissimo mi ha donato questa grazia: sapermi adattare a tutti, come fossi il più piccolo frate
nell'Ordine ».
Abbiamo visto con i nostri occhi ripetute volte, noi che siamo vissuti con Francesco, la
verità di questa sua affermazione. A più riprese, quando taluni frati non lo sovvenivano nelle
sue necessità, o gli veniva rivolta qualche parola che produceva agitazione, subito il Santo si
ritirava a pregare. E tornandone, non voleva ricordare lo sgarbo, col dire: « Quel frate mi ha
trascurato! », oppure: « Mi ha detto questa parola».
E quanto più si avvicinava alla morte, tanto più si preoccupava di vivere e morire in
tutta la perfezione dell'umiltà e della povertà.
BENEDIZIONE DI FRATE BERNARDO
1664 107. Il giorno in cui donna Jacopa preparò il dolce per Francesco, questi si sovvenne di
frate Bernardo e disse ai compagni: « Questo dolce piacerebbe a frate Bernardo! ». Si rivolse
quindi a un compagno e gli disse: « Va' a dire a frate Bernardo che venga subito da me ».
Quello partì immediatamente e lo condusse da Francesco. Frate Bernardo sedette vicino al
letto dove giaceva il Santo, e gli disse: « Padre, ti prego di benedirmi e mostrarmi il tuo
affetto. Penso che se mi dài un segno di amore paterno, Dio stesso e gli altri frati mi vorranno
più bene ».
Francesco, che aveva perduto la vista da molti giorni oramai, non riusciva a vedere il
suo amico. Stese la destra e la posò sul capo di Egidio, che fu il terzo nel gruppo dei primi
frati, e sedeva in quel momento allato a Bernardo. Ma tastando, come fanno i ciechi, il capo di
Egidio, Francesco riconobbe subito per virtù dello Spirito Santo che si sbagliava, e disse: « Ma
questo non è il capo del mio caro Bernardo! ». Questi gli si fece appresso, e allora Francesco,
ponendogli la mano sulla testa, lo benedisse. Poi parlò a uno dei compagni: « Scrivi quello
che sto per dire. Il primo frate datomi dal Signore è stato Bernardo, che per primo abbracciò e
compì la perfezione del Vangelo, distribuendo ai poveri ogni suo avere. Per questo, e per i
molti suoi meriti, io sono tenuto ad amarlo più che ogni altro frate dell'Ordine. Voglio perciò
e comando, per quanto sta in mio potere, che chiunque sia ministro generale, lo ami e onori
come farebbe con me, e che i ministri provinciali e i frati tutti dell'Ordine lo considerino un
altro me stesso ».Queste parole furono per Bernardo e per i frati presenti un motivo di grande
consolazione.
PREDIZIONE RIGUARDANTE BERNARDO
1665 108. In altra occasione considerando Francesco l'alta perfezione di frate Bernardo, fece
una profezia alla presenza di alcuni fratelli: « Vi dico che a Bernardo sono stati inviati
demoni dei più grandi e subdoli, per metterlo alla prova. Molte tribolazioni e tentazioni
dovrà subire. Ma il Signore misericordioso, quando Bernardo sarà prossimo alla fine, lo
libererà da ogni pena e prova interiore ed esteriore e adagerà il suo spirito e il suo corpo in
una pace, serenità e dolcezza tale, che tutti i fratelli che lo vedranno e udranno ne saranno
vivamente sorpresi, ritenendo ciò un miracolo. E Bernardo in quella quiete, serenità e
dolcezza intima ed esteriore passerà da questo mondo al Padre ».
1666 I frati che ascoltarono da Francesco questa predizione .vv ispiratagli dallo Spirito
Santo, furono poi molto meravigliati nel constatare che si realizzò alla lettera, punto per
punto. In effetti, durante la malattia che h portò alla tomba frate Bernardo era in tale pace e
serenità di spirito, che non voleva stare coricato. E anche giacendo a letto, preferiva stare
seduto, poiché temeva che il minimo annebbiamento montandogli alla testa, lo portasse a
fantasticare e divagare inceppando così il suo pensiero fisso in Dio. Se talvolta gli capitava
questo, subito si alzava e si scrollava dicendo: « Cos'è stato? perché ho pensato così? ».
Per rianimarsi era solito aspirare volentieri acqua di rose. Ma approssimandosi alla
morte non ne volle più sapere, per non turbare l'ininterrotta meditazione di Dio, e a chi
gliene offriva, diceva: « Non mi dare impaccio ».
Per morire in maggior libertà, tranquillità e pace, affidò la cura del suo corpo a un
fratello medico che lo assisteva. Gli disse: « Non voglio occuparmi di mangiare e bere.
Pensaci tu. Se mi dài qualcosa, lo prendo; e se no, no ».
Da quando cadde malato, volle sempre aver vicino fino all'ora del trapasso un fratello
sacerdote. E quando gli veniva in mente qualcosa che gli turbava la coscienza, tosto lo
confessava riconoscendosi in colpa.
Dopo la morte, diventò bianco, e il suo corpo rimase flessibile. Sembrava sorridere.
Appariva più bello che da vivo. Quelli che lo guardavano trovavano più piacevole vederlo
così, che non quando era in vita: pareva un santo che sorridesse.
L' ULTIMO SALUTO Dl CHIARA
1667 109. Nella settimana in cui Francesco passò da questa vita, Chiara,--prima pianticella
dell'Ordine delle sorelle e badessa delle Sorelle Povere del monastero di San Damiano in
Assisi, emula di Francesco nel conservare intatta la povertà del Figlio di Dio, --era anch'essa
gravemente inferma. E temeva di spegnersi prima del Santo. Affranta, ella piangeva e non
riusciva a darsi pace pensando che non avrebbe più visto Francesco, suo unico padre dopo
Dio, lui che la confortava nello spirito e nel corpo, che l'aveva fondata per primo nella grazia
del Signore. E tramite un frate, Chiara fece conoscere a Francesco questa sua ansietà.
Il Santo, informato della cosa, ne fu tutto commosso, perché amava Chiara e le sue
sorelle con amore di padre, per la vita santa che conducevano e soprattutto perché, con
l'aiuto del Signore, era stato lui a convertirla a Dio con i suoi consigli pochi anni dopo l'arrivo
dei primi frati. La conversione di Chiara aveva procurato molta edificazione non solo alla
comunità dei frati ma alla intera Chiesa di Dio. Francesco, sapendo che non poteva esaudire in quel momento il desiderio ch'ella
aveva espresso di vederlo, per essere entrambi gravemente malati, le mandò in scritto la sua
benedizione al fine di confortarla; la assolse altresì da tutte le eventuali mancanze alle
direttive e volontà di lui e inadempienze agli ordini e voleri del Figlio di Dio. Inoltre, onde
sollevarla da ogni tristezza e consolarla nel Signore, Francesco, o meglio lo Spirito di Dio che
parlava in lui disse al frate inviatogli da lei: « Va' e porta questa lettera a donna Chiara. Le
dirai che lasci cadere ogni angoscia e mestizia causata dal fatto che adesso non può vedermi.
Sappia in verità che, prima del suo trapasso, tanto lei che le sue sorelle mi vedranno ancora e
ne trarranno la più grande consolazione ».
1668 Poco tempo appresso Francesco, durante la notte passò da questa vita. Allo spuntar
del mattino venne l'intera popolazione di Assisi, uomini e donne con tutto il clero tolsero la
salma venerata dal luogo della Porziuncola e tra inni e cantici, ognuno recando in mano una
fronda di albero, portarono quel corpo santo, per disposizione divina fino a San Damiano.
Così fu compiuta la predizione fatta dal Signore per bocca di Francesco, a conforto delle sue
figlie e ancelle.Fu levata via la grata di ferro dalla finestra attraverso cui le monache ricevono la
comunione o, talora, ascoltano la parola di Dio. I frati alzarono la salma di Francesco dalla
lettiga e la tennero a lungo sulle loro braccia accanto alla finestra, così che donna Chiara e le
sue sorelle ne provarono una consolazione profonda, sebbene fossero tutte in pianto e afflitte
dal cordoglio, poiché Francesco era stato per loro, dopo Dio, I'unica consolazione a questo mondo.
LE SORELLE ALLODOLE
1669 110. Il sabato sera, dopo i vespri, prima che cadesse la notte, Francesco migrò al
Signore, e uno stormo di allodole prese a volare a bassa quota sopra il tetto della casa dove
giaceva il Santo, e volando giravano in cerchio cantando.
Noi che siamo vissuti con Francesco e che abbiamo scritto questi ricordi, attestiamo di
averlo sentito dire a più riprese: « Se avrò occasione di parlare con l'imperatore, lo
supplicherò che per amore di Dio e per istanza mia emani un editto, al fine che nessuno
catturi le sorelle allodole o faccia loro del danno. E inoltre, che tutti i podestà delle città e i
signori dei castelli e dei villaggi siano tenuti ogni anno, il giorno della Natività del Signore, a
incitare la gente che getti frumento e altre granaglie sulle strade, fuori delle città e dei paesi,
in modo che in un giorno tanto solenne gli uccelli, soprattutto le allodole, abbiano di che
mangiare. Dia ordine inoltre l'imperatore, per riverenza al Figlio di Dio, posto a giacere
quella notte dalla beata Vergine Maria nella mangiatoia tra il bove e l'asino, che a Natale si
dia da mangiare in abbondanza ai fratelli buoi e asinelli. E ancora, in quella festività, i poveri
vengano ben provvisti di cibo dai benestanti ».
Francesco aveva per il Natale del Signore più devozione che per qualunque altra
festività dell'anno. Invero, benché il Signore abbia operato la nostra salvezza nelle altre
solennità, diceva il Santo che fu dal giorno della sua nascita che egli si impegnò a salvarci. E
voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, il quale ha dato a
noi tutto se stesso, fosse gioiosamente generoso non solo con i bisognosi, ma anche con gli
animali e gli uccelli. Diceva ancora dell'allodola: « La sorella allodola ha il cappuccio come i religiosi. Ed è un umile uccello che va volentieri per le vie in cerca di qualche chicco. Se anche lo trova nel
letame, lo tira fuori e lo mangia. E volando loda il Signore, proprio come i buoni religiosi che,
avendo in spregio le cose mondane, vivono già in cielo. La veste dell'allodola, il suo
piumaggio cioè, è color terra. Così essa dà esempio ai religiosi a non cercare abiti eleganti e
fini, ma di tinta smorta, come la terra ».Mirando questi pregi nelle sorelle allodole, Francesco le amava molto e le guardava con gioia.
NON SONO UN LADRO !
1670 111. Francesco ripeteva spesso ai fratelli: « Non sono mai stato ladro. Voglio dire che
delle elemosine, le quali sono l'eredità dei poveri, ho preso sempre meno di quanto mi
bisognasse, allo scopo di non intaccare la parte dovuta agli altri poveri. Fare diversamente
sarebbe rubare ».
NESSUNA PROPRIETA',
NEMMENO IN COMUNE
1671 112. I frati ministri cercavano di convincere Francesco a permettere che si possedesse
qualcosa, almeno comunitariamente, in maniera che un numero così grande di religiosi
avesse una riserva cui attingere. Raccoltosi in preghiera, il Santo chiamò Cristo e lo consultò
su questo punto. E immediatamente il Signore gli diede la sua risposta: non ci doveva essere
proprietà alcuna né personale né comunitaria. Questa era la sua famiglia, disse, alla quale lui
avrebbe immancabilmente provveduto per quanto numerosa fosse, e sempre avrebbe avuto
cura di essa finché la fraternità avesse nutrito fiducia in Lui.
CRISTO APPROVA LA REGOLA
1672 113. Dimorava Francesco sopra un monte assieme a frate Leone d'Assisi e Bonizo da
Bologna per comporre la Regola, giacché era andato smarrito il testo della prima, dettatogli
da Cristo.
Numerosi ministri si recarono da frate Elia, vicario di Francesco, e gli dissero: «
Abbiamo sentito che questo fratello Francesco sta facendo una nuova Regola, e temiamo non
la renda così dura da riuscire inosservabile. Noi vogliamo che tu vada da lui e gli riferisca che
ci rifiutiamo di assoggettarci a tale Regola. Se la scriva per sé, e non per noi ». Frate Elia
osservò che non aveva coraggio di andarci, per paura dei rimproveri di Francesco. Ma
siccome quelli insistevano, ribatté che non intendeva recarsi là senza di loro. Così partirono
tutti insieme.
Quando frate Elia, accompagnato dai ministri fu giunto a Fonte Colombo, chiamò il
Santo. Francesco uscì e vedendo i ministri chiese: « Cosa vogliono questi fratelli? ». Rispose
Elia: « Sono dei ministri. Venuti a sapere che stai facendo una nuova Regola e temendo non sia troppo aspra, dicono e protestano che non intendono esservi obbligati. Scrivila per te, e
non per loro ».
Francesco levò la faccia al cielo e parlò a Cristo: « Signore, non lo dicevo che non ti
avrebbero creduto? ». E subito si udì nell'aria la voce di Cristo: « Francesco, nulla di tuo è
nella Regola, ma ogni prescrizione che vi si contiene è mia. E voglio sia osservata alla lettera,
alla lettera, alla lettera! senza commenti, senza commenti, senza commenti». Aggiunse: « So
ben io quanto può la debolezza umana, e quanto può la mia grazia. Quelli dunque che non
vogliono osservare la Regola, escano dall'Ordine! ».
Si volse allora Francesco a quei frati e disse: « Avete sentito? avete sentito? Volete che
ve lo faccia ripetere? ». E così i ministri se ne tornarono scornati e riconoscendosi in colpa.
NON PARLATEMI DI ALTRE REGOLE!
1673 114. Mentre Francesco era al Capitolo generale, detto delle Stuoie, che si tenne presso la
Porziuncola e a cui intervennero cinquemila fratelli, molti di questi, uomini di cultura,
accostarono il cardinale Ugolino, il futuro Gregorio IX, che a sua volta partecipava all'assise
capitolare. E gli chiesero che persuadesse Francesco a seguire i consigli dei frati dotti e a
lasciarsi qualche volta guidare da loro. Facevano riferimento alle Regole di san Benedetto,
sant'Agostino e san Bernardo, che prescrivono questa e quest'altra norma al fine di condurre
una vita religiosa ben ordinata.
Udita che ebbe Francesco l'esortazione del cardinale su tale argomento, lo prese per
mano e lo condusse davanti all'assemblea capitolare, dove disse: « Fratelli, fratelli miei, Dio
mi ha chiamato a camminare la via della semplicità e me l'ha mostrata. Non voglio quindi
che mi nominiate altre Regole, né quella di sant'Agostino, né quella di san Bernardo o di san
Benedetto. Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi un pazzo nel mondo: questa
è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo! Egli vi confonderà per mezzo della vostra
stessa scienza e sapienza. Io ho fiducia nei castaldi del Signore, di cui si servirà per punirvi.
Allora, volenti o nolenti, farete ritorno con gran vergogna alla vostra vocazione ».
Stupì il cardinale a queste parole e non disse nulla, e tutti i frati furono pervasi da timore.
COME COMPORTARSI CON IL CLERO
1674 115. Dissero una volta alcuni frati a Francesco: « Padre, non vedi che i vescovi non ci
permettono talora di predicare, obbligandoci a rimaner più giorni sfaccendati in certe città,
prima che possiamo parlare al popolo? Sarebbe più conveniente che tu ci ottenessi un
privilegio dal signor Papa, a vantaggio della salvezza delle anime ».
Francesco rispose con tono contrariato: « Voi, frati minori, non conoscete la volontà di
Dio e non mi permettete di convertire tutto il mondo nel modo voluto da Dio. Infatti, io
intendo innanzi tutto convertire i prelati con l'umiltà e il rispetto. E quando essi
constateranno la nostra vita santa e la reverenza di cui li circondiamo saranno loro stessi a
pregarvi di predicare e convertire il popolo. E attireranno a voi la gente meglio dei privilegi
da voi agognati, che vi indurrebbero a insuperbire. Se sarete liberi da ogni tornaconto e persuaderete il popolo a rispettare i diritti delle chiese, i prelati vi chiederanno di ascoltare le
confessioni dei loro fedeli. Oltre tutto, di questo non vi dovete preoccupare: quelli che si
convertono trovano senza difficoltà dei confessori.
Io voglio per me questo privilegio dal Signore: non avere nessun privilegio dagli
uomini, fuorché quello di essere rispettoso con tutti e di convertire la gente più con l'esempio
che con le parole, conforme all'ideale della Regola ».
LAGNANZE DI CRISTO
1675 116. Disse una volta il Signore Gesù Cristo a frate Leone compagno di Francesco: « Io
ho di che lamentarmi, riguardo ai frati ». Rispose Leone: « A motivo di che, Signore? ».
Rispose: « Su tre punti. Primo, perché non sono riconoscenti per i benefici che, come tu sai,
ogni giorno io largisco loro generosamente, dando ad essi il necessario, sebbene non
seminino e non mietano. Secondo, perché passano tutta la giornata in ozio a brontolare.
Terzo, perché spesso si adirano vicendevolmente e non tornano a volersi bene, perdonando
l'ingiuria ricevuta ».
L' ULTIMA CENA DI FRANCESCO
1676 117. Una notte Francesco fu talmente colpito dal rincrudire delle sofferenze provocate
dalle sue malattie che gli riuscì quasi impossibile riposare e dormire. Ai mattino, come i
dolori si attenuarono un poco, fece chiamare tutti i frati dimoranti in quel luogo. Seduti che
furono accanto a lui, il Santo li considerò come rappresentanti di tutta la fraternità.
E cominciando da uno di essi, li benediceva, posando la destra sul capo di ciascuno,
con l'intenzione di benedire tutti quelli che vivevano allora nell'Ordine e quanti vi sarebbero
venuti sino alla fine del mondo. E lo si vedeva tutto accorato di non poter mirare i suoi figli e
fratelli prima di morire.
Si fece poi recare dei pani e li benedisse. Siccome a causa della sua infermità non
aveva la forza per spezzarli, li fece dividere in molte parti da un fratello, e ne diede un
frammento a ciascuno, raccomandando che venisse consumato interamente. Come il Signore
il giovedì santo volle cenare con gli apostoli prima della sua passione, così anche Francesco,
parve a quei fratelli, prima di morire volle benedirli e nelle loro persone benedire tutti gli
altri, e mangiare quel pane benedetto quasi in compagnia di tutti gli assenti.
Noi possiamo ben credere a questa intenzione, poiché, sebbene quel giorno non fosse
un giovedì, il Santo disse ai frati che invece pensava proprio lo fosse.
Uno di quei frati conservò una particella di quel pane. E dopo la morte di Francesco
alcuni infermi che ne ebbero mangiato, tosto furono guariti.
Fine della
Leggenda perugina