DALLE FONTI FRANCESCANE 718
Vita Seconda di Tommaso da Celano
CAPITOLO XCVII
PAROLE DEL SANTO
CONTRO QUELLI CHE LODANO SE STESSI
718
134. Ripeteva spesso ai frati: " Nessuno deve lusingarsi con ingiusto vanto per quelle azioni, che anche il peccatore potrebbe compiere. Il peccatore--spiegava--può digiunare, pregare, piangere, macerare il proprio corpo. Ma una sola cosa non gli è possibile: rimanere fedele al suo Signore. Proprio di questo dobbiamo gloriarci, se diamo a Dio la gloria che gli spetta, se da servitori fedeli attribuiamo a lui tutto il bene che ci dona.
"Il peggiore nemico dell'uomo è la sua carne: è del tutto incapace di ripensare al passato per pentirsene, niente sa prevedere per tutelarsi. Unica sua preoccupazione è approfittare senza scrupoli del tempo presente. E ciò che è peggio--aggiungeva--essa si usurpa e attribuisce a propria gloria quanto non è stato dato a lei, ma all'anima. La carne raccoglie lode dalle virtù e plauso, da parte della gente, dalle veglie e dalle preghiere. Niente lascia all'anima e anche dalle lacrime cerca profitto ".
COMMENTO
Al cristiano risorto con Cristo non basta non morire, ossia evitare di essere peccatore; è necessario impegnare tutto sè stesso nella "giustizia per Iddio". La sua vocazione di battezzato è una vocazione alla santità, cioè alla vita di grazia e alla vita di amore. "Tutti nella Chiesa sono chiamati alla santità", la quale "si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito Santo produce nei fedeli" (L.G.,n.39).
Non fare delle proprie membra "strumenti di ingiustizia", ma fare delle stesse membra strumenti di giustizia, essere in una parola "santi" e non peccatori, per s.Francesco vuol dire rimanere fedeli al Signore, dare a Lui la gloria che gli appartiene. Se intendiamo far questo e vivere così la nostra realtà di battezzati, dobbiamo combattere le tendenze della carne che tentano di farci ricadere nel peccato ed aderire incondizionatamente a Cristo. Quello che il Santo ripeteva spesso ai frati, oggi lo ripete a noi suoi seguaci.
sabato 11 aprile 2015
SAN FRANCESCO E LE FONTI 1648
DALLE FONTI FRANCESCANE 1648
Leggenda perugina
PERSECUZIONE DIABOLICA
1648 92. Quando Francesco andò a Roma per incontrare Ugolino vescovo di Ostia, più
tardi eletto papa, si trattenne con lui alcuni giorni. Accomiatatosi, andò a far visita a Leone
cardinale di Santa Croce. Era questo un uomo molto affabile e gentile ed era felice di vedere
Francesco e lo venerava sentitamente.
In quella circostanza egli pregò il Santo con viva devozione a restarsene da lui un po'
di giorni, anche perché si era d'inverno e faceva un freddo crudo e quasi ogni giorno si scatenavano vento e pioggia, come succede in quella stagione. Gli disse: « Fratello, il
maltempo non permette di viaggiare. Vorrei, se ti piace, che tu soggiornassi in casa mia
finché il tempo consentirà di rimetterti in cammino. Io passo gli alimenti ogni giorno a un
gruppo di poveri qui da me; ebbene, tu sarai trattato come uno di loro ». Disse questo il
cardinale, perché sapeva che Francesco, nella sua umiltà, voleva sempre esser trattato come
un poverello, dovunque lo ospitassero, benché fosse di così alta santità che dal Papa dai
cardinali e da tutti i grandi di questo mondo che lo conoscevano era venerato come santo. Il
dignitario aggiunse: « Ti assegnerò una dimora lontana dal palazzo, dove potrai pregare e
prendere i pasti a tuo piacimento ».
Soggiornava allora con il cardinale Leone uno dei primi dodici compagni di
Francesco: frate Angelo Tancredi. Questi suggerì a Francesco: « Fratello, qui vicino, nelle
mura della città, sorge una bella torre, molto ampia e spaziosa all'interno, con nove locali a
volta, dove potrai stare appartato come in un eremo ». Il Santo propose: « Andiamo a vederla
». La vide e gli piacque. Tornato dal cardinale gli disse: « Signore, forse resterò presso di voi
alcuni giorni ». Il cardinale ne fu tutto contento.
Angelo allora andò a preparare un alloggio nella torre, in modo che Francesco e il suo
compagno potessero abitarvi giorno e notte, poiché il Santo non intendeva discendere da là
in nessun momento della giornata, finché fosse rimasto ospite del cardinale Leone. Lo stesso
Angelo si offrì a Francesco e al compagno di recare quotidianamente il cibo, lasciandolo
fuori, in modo che né lui né altri entrassero a disturbare. Francesco salì dunque sulla torre,
per abitarvi con il compagno.
Durante la prima notte, mentre Francesco si disponeva a dormire, irruppero i demoni
e lo coprirono di botte. Egli chiamò subito il compagno, che stava lontano: « Vieni da me! ».
Quello gli fu vicino d'un balzo. Gli disse il Santo: « Fratello, i demoni mi hanno pestato
duramente. Desidero che tu mi rimanga accanto, perché ho paura di starmene qui solo ». Il
compagno gli fu appresso per l'intera notte. Francesco tremava tutto, come in preda alla
febbre. Durarono svegli entrambi fino al mattino.
Nel frattempo Francesco conversava con il suo compagno: « Perché i demoni mi
hanno battuto? Perché il Signore ha dato loro il potere di farmi del male? ». Si mise a
riflettere: « I demoni sono i "castaldi" del Signore nostro. Come il podestà spedisce il suo
castaldo a punire il cittadino che ha commesso un reato, così il Signore corregge e castiga
coloro che ama, per mezzo dei suoi castaldi, i demoni, esecutori della sua giustizia. Molte
volte anche il perfetto religioso pecca per ignoranza. Allora, siccome non è consapevole della
sua colpa, viene punito dal diavolo, affinché messo sull'avviso dal castigo, controlli
interiormente ed esteriormente in cosa è consistito il suo fallo e cerchi di individuarlo.
A quelli che il Signore ama teneramente nella vita terrestre non risparmia le punizioni.
Quanto a me, per misericordia e grazia di Dio, non sono conscio di aver commesso peccati
che non abbia scontato confessandomi e facendo penitenza. Di più, la sua misericordia mi ha
largito questo dono: egli durante la preghiera mi dà conoscenza di ogni cosa in cui gli piaccio
o gli dispiaccio. Ma può darsi, secondo me, che il Signore mi abbia punito stavolta mediante i
suoi castaldi per questo motivo: il cardinale è spontaneamente generoso con me, e d'altra
parte il mio corpo ha necessità di avere questi aiuti e io li ricevo con semplicità. Tuttavia, sia i
miei fratelli che vanno per il mondo affrontando la farne e molti disagi, sia gli altri che
dimorano in misere abitazioni e romitaggi, venendo a sapere che dimoro presso un cardinale,
potrebbero aver motivo di protestare contro di me. Noi qui a sopportare ogni sorta di
privazioni, e lui a godersi le agiatezze! Ebbene, io sono tenuto sempre a dare il buon esempio
ai frati; è per questo che sono stato dato ad essi. I frati sono più edificati quando io vivo tra loro in luoghi poverelli, che quando sto altrove; e sopportano con più coraggiosa pazienza le
loro asprezze, quando sentono e sanno che le sopporto io pure ».
Francesco non ebbe invero buona salute, mai; anche mentre visse nel mondo era di
costituzione fragile e delicata, e fu sempre più malato di giorno in giorno fino alla sua morte.
Eppure, costantemente si preoccupava di dare il buon esempio ai fratelli e di togliere ogni
occasione di mormorare contro di lui: « Eccolo, si concede tutto quello di cui abbisogna,
mentre noi peniamo, privi di tutto! ». E così, fosse in salute o fosse infermo, fino al giorno del
suo trapasso volle patire tante privazioni che, se ogni frate ne fosse a conoscenza come noi,
che siamo vissuti assieme a 1ui per un certo tempo fino a che morì, non potrebbero ricordarlo
senza piangere, e sopporterebbero con più serena pazienza necessità e tribolazioni.
Allo spuntar del giorno, Francesco scese dalla torre e andò dal cardinale a raccontargli
quanto gli era accaduto e i discorsi fatti con il compagno. Aggiunse: « La gente ha gran fede
in me e mi crede un sant'uomo, ma ecco che i demoni mi hanno buttato fuori dal mio carcere
». Egli voleva stare recluso nella torre come in un carcere, non parlando che con il suo compagno.
Il cardinale fu felice di rivederlo; però, siccome lo riguardava e venerava come santo,
accettò la sua decisione di non trattenersi oltre colà. Francesco, accomiatatosi dalI'ospite,
tornò all'eremo di Fonte Colombo presso Rieti.
COMMENTO
Meditare questo brano delle Fonti Francescane ci aiuta a capire che le disavventure della vita sono correzioni divine, compreso il diavolo, (alla cui esistenza s.Francesco credeva), perciò consideriamole come uno strumento della misericordia di Dio. Attraverso di esse la di Lui Provvidenza realizza la nostra correzione, trasformazione e santificazione: la nostra salvezza!
Leggenda perugina
PERSECUZIONE DIABOLICA
1648 92. Quando Francesco andò a Roma per incontrare Ugolino vescovo di Ostia, più
tardi eletto papa, si trattenne con lui alcuni giorni. Accomiatatosi, andò a far visita a Leone
cardinale di Santa Croce. Era questo un uomo molto affabile e gentile ed era felice di vedere
Francesco e lo venerava sentitamente.
In quella circostanza egli pregò il Santo con viva devozione a restarsene da lui un po'
di giorni, anche perché si era d'inverno e faceva un freddo crudo e quasi ogni giorno si scatenavano vento e pioggia, come succede in quella stagione. Gli disse: « Fratello, il
maltempo non permette di viaggiare. Vorrei, se ti piace, che tu soggiornassi in casa mia
finché il tempo consentirà di rimetterti in cammino. Io passo gli alimenti ogni giorno a un
gruppo di poveri qui da me; ebbene, tu sarai trattato come uno di loro ». Disse questo il
cardinale, perché sapeva che Francesco, nella sua umiltà, voleva sempre esser trattato come
un poverello, dovunque lo ospitassero, benché fosse di così alta santità che dal Papa dai
cardinali e da tutti i grandi di questo mondo che lo conoscevano era venerato come santo. Il
dignitario aggiunse: « Ti assegnerò una dimora lontana dal palazzo, dove potrai pregare e
prendere i pasti a tuo piacimento ».
Soggiornava allora con il cardinale Leone uno dei primi dodici compagni di
Francesco: frate Angelo Tancredi. Questi suggerì a Francesco: « Fratello, qui vicino, nelle
mura della città, sorge una bella torre, molto ampia e spaziosa all'interno, con nove locali a
volta, dove potrai stare appartato come in un eremo ». Il Santo propose: « Andiamo a vederla
». La vide e gli piacque. Tornato dal cardinale gli disse: « Signore, forse resterò presso di voi
alcuni giorni ». Il cardinale ne fu tutto contento.
Angelo allora andò a preparare un alloggio nella torre, in modo che Francesco e il suo
compagno potessero abitarvi giorno e notte, poiché il Santo non intendeva discendere da là
in nessun momento della giornata, finché fosse rimasto ospite del cardinale Leone. Lo stesso
Angelo si offrì a Francesco e al compagno di recare quotidianamente il cibo, lasciandolo
fuori, in modo che né lui né altri entrassero a disturbare. Francesco salì dunque sulla torre,
per abitarvi con il compagno.
Durante la prima notte, mentre Francesco si disponeva a dormire, irruppero i demoni
e lo coprirono di botte. Egli chiamò subito il compagno, che stava lontano: « Vieni da me! ».
Quello gli fu vicino d'un balzo. Gli disse il Santo: « Fratello, i demoni mi hanno pestato
duramente. Desidero che tu mi rimanga accanto, perché ho paura di starmene qui solo ». Il
compagno gli fu appresso per l'intera notte. Francesco tremava tutto, come in preda alla
febbre. Durarono svegli entrambi fino al mattino.
Nel frattempo Francesco conversava con il suo compagno: « Perché i demoni mi
hanno battuto? Perché il Signore ha dato loro il potere di farmi del male? ». Si mise a
riflettere: « I demoni sono i "castaldi" del Signore nostro. Come il podestà spedisce il suo
castaldo a punire il cittadino che ha commesso un reato, così il Signore corregge e castiga
coloro che ama, per mezzo dei suoi castaldi, i demoni, esecutori della sua giustizia. Molte
volte anche il perfetto religioso pecca per ignoranza. Allora, siccome non è consapevole della
sua colpa, viene punito dal diavolo, affinché messo sull'avviso dal castigo, controlli
interiormente ed esteriormente in cosa è consistito il suo fallo e cerchi di individuarlo.
A quelli che il Signore ama teneramente nella vita terrestre non risparmia le punizioni.
Quanto a me, per misericordia e grazia di Dio, non sono conscio di aver commesso peccati
che non abbia scontato confessandomi e facendo penitenza. Di più, la sua misericordia mi ha
largito questo dono: egli durante la preghiera mi dà conoscenza di ogni cosa in cui gli piaccio
o gli dispiaccio. Ma può darsi, secondo me, che il Signore mi abbia punito stavolta mediante i
suoi castaldi per questo motivo: il cardinale è spontaneamente generoso con me, e d'altra
parte il mio corpo ha necessità di avere questi aiuti e io li ricevo con semplicità. Tuttavia, sia i
miei fratelli che vanno per il mondo affrontando la farne e molti disagi, sia gli altri che
dimorano in misere abitazioni e romitaggi, venendo a sapere che dimoro presso un cardinale,
potrebbero aver motivo di protestare contro di me. Noi qui a sopportare ogni sorta di
privazioni, e lui a godersi le agiatezze! Ebbene, io sono tenuto sempre a dare il buon esempio
ai frati; è per questo che sono stato dato ad essi. I frati sono più edificati quando io vivo tra loro in luoghi poverelli, che quando sto altrove; e sopportano con più coraggiosa pazienza le
loro asprezze, quando sentono e sanno che le sopporto io pure ».
Francesco non ebbe invero buona salute, mai; anche mentre visse nel mondo era di
costituzione fragile e delicata, e fu sempre più malato di giorno in giorno fino alla sua morte.
Eppure, costantemente si preoccupava di dare il buon esempio ai fratelli e di togliere ogni
occasione di mormorare contro di lui: « Eccolo, si concede tutto quello di cui abbisogna,
mentre noi peniamo, privi di tutto! ». E così, fosse in salute o fosse infermo, fino al giorno del
suo trapasso volle patire tante privazioni che, se ogni frate ne fosse a conoscenza come noi,
che siamo vissuti assieme a 1ui per un certo tempo fino a che morì, non potrebbero ricordarlo
senza piangere, e sopporterebbero con più serena pazienza necessità e tribolazioni.
Allo spuntar del giorno, Francesco scese dalla torre e andò dal cardinale a raccontargli
quanto gli era accaduto e i discorsi fatti con il compagno. Aggiunse: « La gente ha gran fede
in me e mi crede un sant'uomo, ma ecco che i demoni mi hanno buttato fuori dal mio carcere
». Egli voleva stare recluso nella torre come in un carcere, non parlando che con il suo compagno.
Il cardinale fu felice di rivederlo; però, siccome lo riguardava e venerava come santo,
accettò la sua decisione di non trattenersi oltre colà. Francesco, accomiatatosi dalI'ospite,
tornò all'eremo di Fonte Colombo presso Rieti.
COMMENTO
Meditare questo brano delle Fonti Francescane ci aiuta a capire che le disavventure della vita sono correzioni divine, compreso il diavolo, (alla cui esistenza s.Francesco credeva), perciò consideriamole come uno strumento della misericordia di Dio. Attraverso di esse la di Lui Provvidenza realizza la nostra correzione, trasformazione e santificazione: la nostra salvezza!
venerdì 10 aprile 2015
SAN FRANCESCO E LE FONTI 265
DALLE FONTI FRANCESCANE 265
Laudi e Preghiere
Preghiera: Onnipotente, santissimo, altissimo e sommo Iddio,
ogni bene, sommo bene, tutto il bene, che solo sei buono,
fa' che noi ti rendiamo ogni lode, ogni gloria,
ogni grazia, ogni onore, ogni benedizione e tutti i beni.
Fiat! Fiat! Amen.
Laudi e Preghiere
Preghiera: Onnipotente, santissimo, altissimo e sommo Iddio,
ogni bene, sommo bene, tutto il bene, che solo sei buono,
fa' che noi ti rendiamo ogni lode, ogni gloria,
ogni grazia, ogni onore, ogni benedizione e tutti i beni.
Fiat! Fiat! Amen.
SAN FRANCESCO E LE FONTI 258
DALLE FONTI FRANCESCANE [258]
Laudi e Preghiere
La santa sapienza
confonde Satana e tutte le sue insidie.
La pura santa semplicità
confonde ogni sapienza di questo mondo
e la sapienza della carne.
La santa povertà
confonde la cupidigia, I'avarizia
e le preoccupazioni del secolo presente.
La santa umiltà
confonde la superbia
e tutti gli uomini che sono nel mondo
e similmente tutte le cose che sono nel mondo.
La santa carità
confonde tutte le diaboliche e carnali tentazioni
e tutti i timori carnali.
La santa obbedienza
confonde tutte le volontà corporali e carnali
e ogni volontà propria,
e tiene il suo corpo mortificato per l'obbedienza
allo spirito e per l'obbedienza al proprio fratello;
e allora l'uomo è suddito e sottomesso
a tutti gli uomini che sono nel mondo,
e non soltanto ai soli uomini,
ma anche a tutte le bestie e alle fiere,
così che possano fare di lui quello che vogliono
per quanto sarà loro concesso dall'alto del Signore.
Laudi e Preghiere
La santa sapienza
confonde Satana e tutte le sue insidie.
La pura santa semplicità
confonde ogni sapienza di questo mondo
e la sapienza della carne.
La santa povertà
confonde la cupidigia, I'avarizia
e le preoccupazioni del secolo presente.
La santa umiltà
confonde la superbia
e tutti gli uomini che sono nel mondo
e similmente tutte le cose che sono nel mondo.
La santa carità
confonde tutte le diaboliche e carnali tentazioni
e tutti i timori carnali.
La santa obbedienza
confonde tutte le volontà corporali e carnali
e ogni volontà propria,
e tiene il suo corpo mortificato per l'obbedienza
allo spirito e per l'obbedienza al proprio fratello;
e allora l'uomo è suddito e sottomesso
a tutti gli uomini che sono nel mondo,
e non soltanto ai soli uomini,
ma anche a tutte le bestie e alle fiere,
così che possano fare di lui quello che vogliono
per quanto sarà loro concesso dall'alto del Signore.
giovedì 9 aprile 2015
SAN FRANCESCO E IL VANGELO 366--67
DALLE FONTI FRANCESCANE 366-67
Vita Prima di Tommaso da Celano
CAPITOLO XII
FRANCESCO MANDA I FRATI A DUE A DUE NEL MONDO; POCO TEMPO DOPO SI RITROVANO INSIEME
366
29. Nello stesso tempo entrò nell'Ordine una nuova e ottima recluta, così il loro numero fu portato a otto. Allora il beato Francesco li radunò tutti insieme, e dopo aver parlato loro a lungo del Regno di Dio, del disprezzo del mondo, del rinnegamento della propria volontà, del dominio che si deve esercitare sul proprio corpo, li divise in quattro gruppi, di due ciascuno e disse loro: " Andate, carissimi, a due a due per le varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace e la penitenza in remissione dei peccati; e siate pazienti nelle persecuzioni, sicuri che il Signore adempirà il suo disegno e manterrà le sue promesse. Rispondete con umiltà a chi vi interroga, benedite chi vi perseguita, ringraziate chi vi ingiuria e vi calunnia, perché in cambio ci viene preparato il regno eterno".
367
Ed essi, ricevendo con gaudio e letizia grande il precetto della santa obbedienza, si prostravano davanti al beato padre, che abbracciandoli con tenerezza e devozione diceva ad ognuno: "Riponi la tua fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di te"(Sal 54,28) . Era la frase che ripeteva ogni volta che mandava qualche frate ad eseguire l'obbedienza.
COMMENTO
Il termine di paragone tra i santi e i peccatori è la fiducia in Dio, segno evidente che i primi hanno conquistato la "povertà in spirito" e i secondi no. Lungo tutta la storia della Rivelazione i profeti, inviati da Dio, hanno cercato di convincere i figli degli uomini che c'è tutto da guadagnare nel riporre la loro fiducia in Dio, tutto da perdere nel riporla in sè stessi. Nessuna meraviglia allora che il Poverello di Cristo, che si è caratterizzato nella piena "espropriazione di sè", si sia totalitariamente fidato di Dio. Leggiamo con attenzione questo brano della sua biografia e consideriamo come rivolte a ciascuno di noi le parole: "Riponi la tua fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di te".
mercoledì 8 aprile 2015
SAN FRANCESCO E LE FONTI 1403
DALLE FONTI FRANCESCANE 1403
1403 8. E da quell'ora smise di adorare se stesso, e persero via via di fascino le cose che
prima amava. Il mutamento però non era totale, perché il suo cuore restava ancora
attaccato alle suggestioni mondane.
Ma svincolandosi man mano dalla superficialità, si appassionava a custodire Cristo
nell'intimo del cuore, e nascondendo allo sguardo degli illusi la perla evangelica, che
intendeva acquistare a prezzo di ogni suo avere, spesso e quasi ogni giorno s'immergeva
segretamente nell'orazione. Vi si sentiva attirato dall'irrompere di quella misteriosa
dolcezza che, penetrandogli sovente nell'anima, lo sospingeva alla preghiera perfino
quando stava in piazza o in altri luoghi pubblici.
Aveva sempre beneficato i bisognosi, ma da quel momento si propose fermamente di
non rifiutare mai l'elemosina al povero che la chiedesse per amore di Dio, e anzi di fare
largizioni spontanee e generose. A ogni misero che gli domandasse la carità, quando
Francesco era fuori casa, provvedeva con denaro; se ne era sprovvisto, gli regalava il
cappello o la cintura, pur di non rimandarlo a mani vuote. O essendo privo di questi, si
ritirava in disparte, si toglieva la camicia e la faceva avere di nascosto all'indigente,.
pregandolo di prenderla per amore di Dio. Comperava utensili di cui abbisognano le
chiese e segretamente li donava ai sacerdoti poveri.
COMMENTO
La vita del cristiano deve essere polarizzata verso due obiettivi.
Primo: vivere unito con Cristo o meglio vivere la stessa vita di Cristo.
Secondo: mantenersi affrancati dal peccato, non sottoporsi di nuovo--abusando della libertà--alla schiavitù del male.
La libertà che Cristo ci ha dato, quella vera, ci porta alla signoria dell' "uomo nuovo", a vivere costantemente nella grazia, quali templi viventi dello Spirito Santo. Dal punto di vista soggettivo, il processo di adesione a Cristo e la conseguente liberazione dal peccato debbono essere attuati giorno per giorno e progressivamente. Ci gioverà molto, a questo scopo, l'esempio del giovane Francesco. Afferrato dalla grazia nonostante che sia ancora agli inizi della sua conversione, la sua vita si orienta decisamente verso due obiettivi: accogliere nel suo cuore Gesù Cristo; non impegnarsi più nelle vanità delle feste giovanili, ma nelle opere di bene servendo i poveri.
martedì 7 aprile 2015
SAN FRANCESCO E LE FONTI 674
DALLE FONTI FRANCESCANE 674
Vita Seconda di Tommaso da Celano
CAPITOLO LIV
DONA IL MANTELLO AD UN ALTRO POVERO
674
87. In altra circostanza, mentre ritornava da Siena, si imbatté in un povero. Il Santo disse al compagno: "Fratello, dobbiamo restituire il mantello a questo poveretto, perché è suo. Noi l'abbiamo avuto in prestito sino a quando non ci capitasse di incontrare uno più povero".
Il compagno, che aveva in mente il bisogno del Padre caritatevole, opponeva forte resistenza perché non provvedesse all'altro trascurando se stesso.
"Io non voglio essere ladro--rispose il Santo--e ci sarebbe imputato a furto, se non lo dessimo ad uno più bisognoso". L'altro cedette, ed egli donò il mantello.
COMMENTO
Nella realizzazione del binomio fede-carità, ci sia di modello frate Francesco, il Santo che ha creduto con fede semplice e pura e che ha amato con carità serafica. In questo episodio, ma non è il solo, quello che è scioccante per noi, non è tanto il gesto di dare il mantello al povero, quanto il rispetto della di lui dignità personale. Non siamo dei padroni che -, per degnazione- facciamo una elemosina al bisognoso, ma dei poveri che hanno da Dio un prestito da restituire, quando occorre, al vero proprietario, ossia a colui che è più povero di noi. Il povero, per Francesco, è un "signore" a cui è stato tolto ingiustamente quanto gli apparteneva: l'atto caritativo è una riparazione di questa ingiustizia.
Vita Seconda di Tommaso da Celano
CAPITOLO LIV
DONA IL MANTELLO AD UN ALTRO POVERO
674
87. In altra circostanza, mentre ritornava da Siena, si imbatté in un povero. Il Santo disse al compagno: "Fratello, dobbiamo restituire il mantello a questo poveretto, perché è suo. Noi l'abbiamo avuto in prestito sino a quando non ci capitasse di incontrare uno più povero".
Il compagno, che aveva in mente il bisogno del Padre caritatevole, opponeva forte resistenza perché non provvedesse all'altro trascurando se stesso.
"Io non voglio essere ladro--rispose il Santo--e ci sarebbe imputato a furto, se non lo dessimo ad uno più bisognoso". L'altro cedette, ed egli donò il mantello.
COMMENTO
Nella realizzazione del binomio fede-carità, ci sia di modello frate Francesco, il Santo che ha creduto con fede semplice e pura e che ha amato con carità serafica. In questo episodio, ma non è il solo, quello che è scioccante per noi, non è tanto il gesto di dare il mantello al povero, quanto il rispetto della di lui dignità personale. Non siamo dei padroni che -, per degnazione- facciamo una elemosina al bisognoso, ma dei poveri che hanno da Dio un prestito da restituire, quando occorre, al vero proprietario, ossia a colui che è più povero di noi. Il povero, per Francesco, è un "signore" a cui è stato tolto ingiustamente quanto gli apparteneva: l'atto caritativo è una riparazione di questa ingiustizia.
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